venerdì 14 febbraio 2014

Via Milano 35


Ecco dove si trova il palazzo che ospitava il malandrino.
Al piano terra si trovava una delle vittime dei bimbi che abitavano quel palazzo e quelli circostanti, l’ing. Priotto che, tra l’altro, era fratello della maestra elementare Cristina. Aveva uno studio, essendo lui ingegnere e finché gli schiamazzi erano gestibili da orecchie tranquille, nulla succedeva, ma se di suo, l’ingegnere già si trovava girato d’ammenicoli o se qualche ramingo pallone, con un boato, schiantava sui vetri, allora, un fuggi, fuggi animava il cortile interrato rispetto al piano stradale.
- La dovete finive di fave tutto questo vumove, qui si lavova.
Immagino il povero cristo intento a parlare con un cliente o a disegnare al tavolo, un botto di pallone che non rompeva i vetri per chissà quale miracolo, lo faceva sicuramente trasalire, riesco a immaginare me nella medesima situazione, quindi, i suoi rimproveri erano sicuramente moderati da una empatia quasi beata.
Quel cortile ci vedeva giocare tutti i giochi con cui, oggi al computer, è veramente complicato dilettarsi. Il salto della cavallina piuttosto che nascondino, ci permettevano di passare intere giornate, fino al giungere, anche invernalmente anticipato, del buio.
Le cantine erano tunnel lunghi pochi metri ma riuscivamo a farli diventare chilometrici, o era solamente il veder tutto grande di quando si è piccini.
C’erano spesso cassette di acqua minerale lungo il corridoio, ovviamente quando si aveva sete si beveva da un rubinetto, ma se trovavamo qualche chiodo, il tappo diventava bucherellato e bere della Lisiel in quel modo, era da panico, “busciava” talmente tanto da far venire male al naso.
Un volta l’Ugo lasciò la sua bici da turismo incustodita, partii all’avventura tornando a buio fatto, da non crederci, feci il giro di tutto il lago d’Orta e solo per arrivare ad Omegna si dovevano percorrere sei o sette chilometri. Tornai con un male al culo che mi durò parecchi giorni. Fortunatamente non sapevo andare in motocicletta, Roberto, fratello di Ugo, lasciava spesso la sua Gilera nel cortile, ora, se avrà modo di leggere queste righe, capirà cosa ha rischiato.
Dalla discesa che portava in cortile, scendevamo con ogni sorta di trabiccolo, qualche automobilina a pedali o camion abbastanza grande, ne ricordo uno con scritto “portata cento chili”, poco più lungo di mezzo metro, ospitava il deretano dei più temerari, per quanto portasse cento chili, non portava nessuna dicitura che spiegasse come frenare, ne fece le spese il naso di mia sorella Monica. Frenò si, ricordo bene, ma contro un muro di cemento che separava due rimesse. Dalla fronte al mento non vi erano sporgenze, non sporgevano gli zigomi e nemmeno il naso, tutto il suo volto diventò di un tondo blu da sembrare una extraterrestre.
In un’altra occasione mi beccai anche una freccia in una spalla. Avevamo attrezzato alcuni archi distruggendo un singolo ombrello, quindi sarebbe stato abbastanza conveniente mettere su una fabbrica di archi. Scendevo dalla discesa quando, spuntando dallo spigolo, mi beccai una bacchetta d’ombrello sparata dall’arco di non ricordo chi: rimase appesa e dovetti sfilarla. Non mi fece particolarmente male, quindi, gliela restituii, senza alcun dubbio gli sarebbe stato impossibile prendermi in un occhio, avevo una schiera d’angeli custodi lì a controllarmi, dovevo solo sperare che il superlavoro non li conducesse ad istanti di distrazione, evidentemente, avendo ora più di cinquant’anni, gli angeli a me assegnati erano particolarmente attenti oppure si facevano di qualche alcaloide decisamente eccitante.

Poverini, li vedo tirare un fiato di sospiro quando, arrivato al secondo piano arrampicandomi dalla parte esterna delle ringhiere dei balconi, desistetti, lo stringere le bacchette di cui erano composte in quanto mi faceva male alle mani;. Ma, e qui c’è un grosso ma, non so quando si accorsero che ero sceso solo per andare a prendere un paio di guanti da lavoro; prima del “pratolàinfondo”, Luigino, o meglio, suo padre Mario, aveva un pezzo di terra dove teneva galline e conigli nonché vari attrezzi tra i quali, appunto, anche dei guanti.
Tornato, con tutti gli angeli intorno, questo ormai è assodato, mi arrampicai fino al quinto piano. Fortunatamente lì abitavo, infatti si affacciò la mamma di Maurizio, mi urlò qualcosa, era convinta che stessi passando dal balcone della mia camera a quello della camera dei miei genitori. Con il sangue che correva all’impazzata e con una concentrazione di adrenalina quasi vicino alla saturazione, entrai in casa e mi straiai a terra soddisfatto. Gli angeli erano sudati, molto sudati.
Spesso ci si radunava per andare in missione dilàdelponte, si arrivava fino al Motto o, qualche chilometro più in là, al Laghet. Si tratta di un ristagno d’acqua appena più grande di una pozzanghera. Vi si praticava la pesca sportiva, vicino c’era, collegato da un breve canale, un vivaio dove venivano messe le trote destinate agli ami dei gareggianti. Capitò che ci andai anche con mio fratello e mio padre, nel girare intorno mi beccai un amo svolazzante dritto, dritto su una palpebra, era chiaro ormai che avevo un culo pazzesco, avrebbe potuto beccarmi in modo più pericoloso, fattostà che il pescatore, lasciata la canna a mio padre, dovette sfilarmi l’amo.
Però quel luogo era generalmente destinazione di noi buceta durante i pomeriggi di estrema anarchia; il Laghet si trova a ridosso del pendio della montagna, evidentemente esposto a nord, durante i mesi invernali non vede mai il sole tanto che si formava un spesso strato di ghiaccio, dico si formava, infatti mi risulta che oggi non succeda più: uno dei segnali che prova il riscaldamento globale in aumento.
Non era mai come i laghi nordici, bello levigato e pronto per eventuali pattinatori. Con la superficie ondulata, piena di bozzi ma, se una destinazione pattinatoria professionale non l’aveva, aveva certamente quella dello spasso fatto di scivolate con le scarpe.  Il freddo che coglieva i piedi si manifestava soprattutto con un famoso cerchio che stringeva l’estremità delle dita, sembrava che spuntassero da un’inesistente buco nei calzini. Capitò un pomeriggio dove alcuni ragazzi più grandi ma con il cervello di poco più grosso del nostro, trovarono il modo di scendere sulla superficie ghiacciata con una 500 dove fecero evoluzioni con nostro grande diletto.
Io e il Luigi, tirando boccioni di varie dimensioni, mettevamo alla prova la nostra mira tirando ad una bottiglia incastrata, il fatto che fosse bloccata con il collo in giù la rendeva resistentissima alle sassate fino a quando, un sasso particolarmente grosso tirato da Luigi, finalmente ebbe la meglio.
Crak! Cracrak! Cracracrak!
Io e Luigi saltammo come canguri fino a guadagnare la riva, il ghiaccio, sotto l’evidente sbalzo di pressione dovuto dall'ingresso repentino dell'aria sotto al ghiaccio,  cominciò a creparsi lungo tutto il contorno del laghetto, il rumore ci impressionò talmente tanto che le ali sotto ai piedi diventarono d’aquila. Ma subito dopo, piano, piano, tastando con i piedi se fosse stata compromessa la solidità del ghiaccio, ci accorgemmo che nulla era successo che modificasse la possibilità di giocarci sopra, quindi, senza problema alcuno, ricominciammo le nostre attività.

Passando per la zona industriale e per la Madonna dell’Occhio, si tornava a casa distrutti e con i piedi che sembrava avessero preso fuoco, la ripresa di una normale circolazione del sangue e la lunga camminata eliminavano il principio di congelamento che attanagliava le dita, riportando i nostri eroi ad una condizione che gli permetteva di ricominciare tutto daccapo.

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