lunedì 10 novembre 2014

"Alzati con me" di Felix Adado



"Alzati con me" e il titolo del nuovo libro di poesie dell'amico Felix Adado.
Questa volta ha voluto ospitare quattro mie poesie e ciò mi rende felice più volte: una perché conosco questa bellissima persona e quanto è importante per lui far uscire dalla sua testa quello che gli frulla, ed è veramente tanto e ben orientato; un'altra perché ho visto i suoi occhi quando le ho lette a lui la prima volta.
Una splendida amicizia nata da ragionamenti di pace.

Per l'acquisto del libro clicca sulla fotografia


mercoledì 29 ottobre 2014

Il Bicicletterario


Lo scopo de IL BICICLETTERARIO è sensibilizzare quante più persone possibile alla mobilità sostenibile e in particolare all’uso quotidiano della bicicletta, attraverso l’espressione letteraria.
Con le PAROLE IN BICICLETTA vuole premiare bambini, ragazzi e adulti (siano essi scrittori acclamati o poeti e narratori in erba) che abbiano qualcosa da raccontare in proposito.

Visualizza e scarica il bando completo qui:
bando premio Bicicletterario 2015

oppure entra nella pagina Facebook de IL BICICLETTERARIO e scarica il bando.

Si raccomanda di leggere bene il regolamento prima dell’invio della propria opera (una sola, per una sola sezione) che dovrà avvenire comunque non oltre il 31 dicembre 2014.
La giuria che selezionerà le opere più meritevoli è prestigiosa e qualificata, di composizione eterogenea, per assicurare la maggiore obiettività possibile nella valutazione. Ve la presentiamo:

Domenico Adriano, poeta; Alfonso Artone, scrittore; Daniela Caruso, Co.S.Mo.S.; Patrizia Cervone, Amici del Libro Minturno; Laura Frezza, Co.S.Mo.S.; Giuseppe Gibilisco, atleta; Elena Lepone, Co.S.Mo.S.; Silverio Novelli, linguista; Flavia Rubino, blogger; Guido Rubino, scrittore di biciclette; Vincenzo Sparagna, direttore di “Frigidaire”; Rossella Tempesta, poeta.

Sono membri onorari gli artisti Rosaria Cefalo, illustratrice, e Makkox, uno dei maggiori fumettisti e vignettisti italiani, i quali hanno offerto le rispettive tavole autografate, che arricchiscono i premi in palio, pensati tutti per chi ama pedalare e per chi ama leggere. 

Lasciatevi ispirare dai ricordi, magari della prima volta in bici, oppure immaginate un mondo in cui tutti vadano in bicicletta, in un futuro prossimo, magnifico, di completa fantasia. Oppure ancora dipingete in versi le vostre sensazioni a pedali.
Vi aspettiamo, pedalando e scrivendo: ci incontreremo presto.

lunedì 20 ottobre 2014

"VISIONI CORTE" deve restare a Minturno

Clicca sull'immagine per accedere all'elenco dei vincitori

“Visioni Corte” è una manifestazione giovane quindi non ha ancora attecchito nell’attenzione dei minturnesi; comprendo che qui si vive nell’immobilismo totale e quando qualcosa si muove non ci si crede, bisogna sapere, però,  che chi si propone di partecipare a questa kermesse, rinuncia a piazze prestigiose per portare la propria opera a Minturno e non per puro caso.
400 corti giunti da tutto il mondo, anche da dove non è semplice inviarli, figuriamoci girarli.
50 li ho visti nell’arco dei cinque giorni di proiezioni serali.
Alcuni con temi così toccanti da scuotere in modo incontrollabile la sensibilità di alcune persone.
“Serena” propone un tema che sta coinvolgendo sempre più famiglie, la violenza sulla donna: ben fatto e con una recitazione perfetta, anche da parte dell’attore che interpreta il personaggio più violento, alla fine della visione, così come piangi la violenza su Serena, odi lui e la sua gratuita voglia di possedere i corpi e le menti, della vittima e di coloro che con lui fanno branco.
“I am Sami” termina con il breve discorso di un bimbo, Sami appunto, un po’ come fece Chaplin ne ”Il grande dittatore”, un discorso che Sami registra su un dvd per un “american soldier” che mi fa sentire una merda per il solo fatto di essere un adulto.
“Shades of gray” un meraviglioso disegno/cartone animato, magistralmente realizzato, che ci  illustra una storia in bianco e nero ambientata a San Pietroburgo dove due bimbi si trovano alla stazione e dove, dopo vent’anni, si incontrano nuovamente; amo e seguo il fumetto e l’animazione da sempre e un lavoro così bello non l’ho mai visto e, credo, difficilmente avrò ancora l’opportunità di vederlo.
Otto diverse categorie vinte da altrettanti video, solo perché qualcuno deve vincere,  tutti gli altri, a mio parere, secondi ex aequo
Non posso parlare di tutti i film che ho visto sarebbe necessario scrivere un libro: posso però sperare che questa manifestazione raccolga una seria attenzione da parte dell’amministrazione comunale di Minturno?  Scongiurando, così, la possibilità che gli organizzatori portino altrove un format che sta acquisendo rilevanza internazionale nonostante i soli tre anni di esistenza?
Minturno è il paese che ho eletto per porvi le radici e sapere che vi sono persone come Giuseppe e Gisella mi da un po’ di speranza per un futuro costruttivo, ma non li si può lasciare soli in un’avventura che ha tutti i presupposti per crescere molto, sia per il bene degli appassionati di cinema che per tutti i minturnesi ma molto dispendiosa, anche economicamente.

Cari Giuseppe e Gisella, resistete e, per quello che posso, sarò a disposizione per la prossima edizione ma non portate via “Visioni Corte”.

Stiamo costituendo un nuovo gruppo interassociativo, "TerrAnima", a Minturno e durante l'incontro di sabato 18 ottobre 2014, io, Silvana e Italo Di Nora, solidali a Giuseppe e Gisella, abbiamo esposto lo striscione qui sotto e le motivazioni che ci hanno spinto a realizzarlo.
Massimo Penitenti - 20 ottobre 2014

venerdì 10 ottobre 2014

DISUMANIZZARE

Mettere un uomo su una croce o impalarlo ha uno scopo preciso: lo si rende simile alla preda da eviscerare e scuoiare.
Mettere un uomo in un campo di lavoro o in un campo di concentramento ha uno scopo preciso: lo si rende simile alla bestia da traino o a quello da allevare per nutrirci.
Mettere un numero sul braccio di un essere umano ha uno scopo preciso: lo si rende simile alle pecore delle quelli si vuole attestare la proprietà.
Togliere i libri o gli strumenti di vera cultura ai piccoli d’uomo ha uno scopo ben preciso: li si rende simili a scimmie capaci solamente di mangiare e procreare.
Disumanizzare: questa è la prima cosa da fare quando si vuole il controllo totale di chi si vuole sottomettere.
 Quando un ragazzo di ventiquattro anni infila il tubo di un compressore d’aria nell’ano di un quattordicenne e chi ne scrive la cronaca  adduce a scusa il fatto che il minore fosse grasso ha uno scopo preciso: disumanizzare entrambi.
Così tutti possiamo scrollarci di dosso responsabilità fastidiose buttandole addosso a chi non ha sorvegliato i propri figli mentre la responsabilità è di chi ha votato persone intellettivamente deficienti che, invece di andare a prendere i giovani per portarli nelle scuole, va nelle scuole e toglie gli strumenti necessari a fare in  modo che quegli stessi giovani ci vadano volentieri.
Perché un giovane dovrebbe andare in una scuola gestita da quegli adulti che a fine d’anno li giudicherà mentre quegli stessi adulti perdono ogni autorevolezza mettendoli in aule a dir poco vomitevoli e insicure?
Perché un giovane dovrebbe istruirsi per capire il mondo quando gli adulti che dovrebbero aiutarli li imbottiscono di calcio, competizione e svaghi obnubilanti?

Oggi solidarizziamo con il quattordicenne che vive in un contesto stracolmo di ignoranza senza minimamente pensare che il ventiquattrenne, dieci anni fa, viveva in una condizione uguale, se non peggiore che, immancabilmente, l’ha portato al gesto per il quali siamo tutti pronti a condannarlo.
Oggi solidarizziamo con un quattordicenne vittima dell’ignoranza ma tutti saremo pronti a condannarlo quando, fra dieci anni, infilerà il tubo di un compressore nell’ano di un quattordicenne.
Un quattordicenne vittima di un mondo che non sa curarsi di lui.
Un ventiquattrenne vittima di un mondo che non ha saputo curarsi di lui.
Fortunatamente ci sono bimbi che, a noi adulti, ci combattono… senza odiarci, e si prendono uno dei Nobel per la Pace più meritati.

http://it.wikipedia.org/wiki/Malala_Yousafzai

domenica 14 settembre 2014

Edwin Chota Valera

Dedicato a colo che pretendono il respetto delle nostre reole da parte di vuole venire a vivere nel nostro Paese.
Deprediamo risorse in giro per il pianeta senza nemmeno prendere in considerazione quelle regole che inventiamo per preservare il nostro ambiente.
« "...tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale..." . »
(Ken Saro-Wiwa)
cliccare sull'immagine
Deprediamo risorse in giro per il pianeta senza nemmeno prendere in considerazione quelle regole che inventiamo per preservare il nostro ambiente.
E' di questi giorni un'inchiesta che vede protagonista Claudio Descalzi, da poco amministratore dell'ENI ma è da molti anni che gli europei stanno distruggendo la Nigeria per cercare quel poco di petrolio che è rimasto anche se tra non molto non servirà più.
Abbiamo pianto la morte di Ken-Saro Wiwa che fondò il MOSOP per la salvaguardia dei diritti e della stessa esistenza degli Ogoni. Tutti eravamo con lui ma continuavamo a distruggere l'ambiente che tentava di difendere fino a che è stato impiccato.


Ma noi sappiamo imparare dai nostri errori e quelli che abbiamo fatto in Nigeria lo stiamo facendo molto meglio in Amazzonia, soprattutto siamo bravissimi a non diffondere le notizie che riguardano le persone che difendono il proprio ambiente.
Il primo di settembre è morto Edwin Chota Valera
cliccare sull'immagine
Tutti stiamo male ad apprendere questa notizia ma non tutti ci rendiamo conto che accadimenti di questo tipo aumentano il desiderio di emigrare da parte di chi vive in luoghi deturpati.
Se siamo tanto potenti da distruggere, con macchinari sofisticatissimi, e abbiamo tanto denaro da riuscire a corrompere interi governi, sicuramente abbiamo le risorse necessarie a mantenere le persone che da distruzione e corruzione vedono distrutta la loro vita, o no?
No!
Loro quando vengono da noi devono rispettare le nostre religioni, le nostre usanze, le nostre leggi e regole altrimenti devono stare a casa loro dove noi non rispettiamo le loro religioni, le loro usanze ne le loro leggi e regole, ma, come al solito, sono io che non capisco nulla.

martedì 26 agosto 2014

Importanti cannucce

Ho letto questo piccolo librino tutto d'un fiato, il libro letto prima era dello stesso autore, quello mi ha fatto viaggiare fuori, questo, dentro. Entrambi i viaggi hanno come protagonista il tempo.
Tempo che si curva intorno a noi se vogliamo ma che quasi sempre ci trascina altrove.
Dopo aver letto "Equinozio di primavera" è nato in me un pensiero che cerco di tradurre così:
Ognuno di noi vede il mondo che lo circonda ma solo ogni tanto lo guarda.
Quando lo fa non può che farlo attraverso la cannucce di cui si dota con la propria conoscenza, cannucce corte e lunghe.
Si può scegliere se concentrare lo sguardo lontano, vicino o nelle infinite distanze tra lontano e vicino.
Solo il caso pone tra le mani la cannuccia, della lunghezza che vuole, aumentando o diminuendo l'ampiezza del  nostro campo visivo a seconda della sua lunghezza.
Solo il caso fa coincidere le direzioni di due cannucce; più spesso si possono osservare cannucce orientate in infinite altre direzioni con sguardi puntati in infinite altre profondità.
Magia è l’incrociarsi delle due cannucce e magia è che entrambi gli sguardo siano puntati sul fondo dell’altra.
Magia è che gli sguardi ricadano con reciproco interesse sulle persone che possiedono proprio quelle due cannucce.

Come può l’età, il sesso, o qualsiasi altra differenza tra le persone contrastare questa magia quando, forse, sono proprio l’età, il sesso e tutte le altre differenze a catalizzare quella magia proprio in quel preciso istante?
Grazie a Pino

A Scauri di Minturno  venerdì 29 agosto 2014 alle ore 20,45 Giuseppe De Renzi presenterà questo libro in occasione della XVIII Edizione di "SCAURITANUM"
presso DarsenaFlyng Baia di Monte d'Oro

sabato 23 agosto 2014

Carosignorecambiatorediruotallaclio



Scendo e vado a cambiare la ruota bucata di Lucia, la 'nnammurata di Marco.
Apro il baule, alzo il tappetino e trovo la scatola che contiene cric e chiavi, c'è anche una piccola maniglietta di ferro per sganciare il copricerchione.
il cric è particolarmente incastrato quindi prima di toglierlo memorizzo la posizione per riporlo successivamente con facilità.
Precedentemente non avevo compreso come liberare la ruota che è agganciata sotto l'auto, il sistema è dotato di una maniglia sulla quale è scritto "push", sotto, una struttura in plastica lascia intravvedere una grossa vite, anche quella in plastica, la cui estremità superiore vede alloggiato un pallino che è possibile sganciare, altrimenti non si potrebbe liberare la ruota di scorta, infatti la grossa vite in plastica è infilata nel buco per il mozzo.
Puscio la maniglia senza impugnarla, semplicemente appoggiando la mano sopra e la grossa vite in plastica si libera dalla filettatura che la trattiene facendo cadere a terra la ruota. La trascino verso di me, libero il pallino all'estremità del cavo che è attaccato con un avvolgitore a molla alla maniglia ed entro finalmente in possesso della ruota di scorta. A questo punto, visto che la ruota sta sotto l'auto apposta per raccogliere tutte le micropolveri che impongono targhe alterne e ZTL, divento più nero dell'uomo nero in una notte senza luna chiuso in un garage senza finestre dopo che un fulmine ha tranciato i cavi dell'alta tensione lasciando al buio mezza Italia, ma mi scotoleo alla bene e meglio e proseguo.
Eseguo l'agognata manovra e già mi prefiguro, fiducioso come un bimbo che guarda la mamma che gli sta scartando l'agognata brioscina, il riagganciamento della ruota bucata.
Rido da solo.  (e ne ho ben donde).
Prendo in mano la grossa vite in plastica che fa parte del sistema di aggancio (la potete vedere all'interno del famigerato cerchietto rosso adottato per l'occasione e inserito nella fotografia qui sopra)  e la infilo nel buco per il mozzo della ruota, sfilo, tirandolo, il cavo d'acciaio che nel frattempo si è riarrotolato nella maniglia con scritto "push" e sistemo nell'apposita fessura il pallino; le mani scivolose non mi permettono di far bene presa sul cavetto da due millimetri quindi non riesco a tirare a sufficienza per incastrarlo. Tiro la maniglia e la ruota, che vorrebbe rimettersi al suo posto, scompare sotto l'auto ma la micrometrica posizione non corretta della ruota vanifica il primo tentativo di aggancio.
Vedo che la vite deve essere ruotata in una precisa posizione per rientrare nel foro sul fondo del baule altrimenti non passa, facendo rimanere sospesa e dondolante la ruota sotto l'auto e me come uno scemo ad un metro dall'auto con 'sto cazzo di maniglioneconscrittopush in mano che pensa: tiro più forte o ricomincio daccapo?
Ricomincio daccapo, il maniglioneconscrittopush è di plastica e da l'idea di resistere quanto Will il Coyote appeso al precipizio solamente con il mignolo.
Ovviamente, si sgancia il pallino.
La Renault avrà ben un santo protettore, quindi, pur non sapendone il nome, lo bestemmio sicuro che le parole espresse già hanno una via percorsa in precedenza.
Riaggancio il pallino ma devo mantenere il cavo tirato altrimenti si risgancia, ma se tiro il cavo per mezzo della maniglia non posso vedere sotto l'auto se la vite si infila correttamente.
Rimetto la ruota con la vite in plastica infilata sotto l'esatta verticale del foro del baule nel quale deve andare a finire, la ruoto un pochino, di un grado o due immagino pensando che ogni secondo sul quadrante dell'orologio corrisponde a tre, per metterla nella posizione esatta, a mazzo ovviamente, e tiro nuovamente il cavo a mezzo maniglioneconscrittopush.
L'estremità della vite nemmeno questa volta si imbocca bene quindi non si infila nel suo foro e rimanenuovamente la ruota ondeggiante sotto l'auto, continuo a tenere il cavo teso con il braccio destro al massimo sforzo visto che la ruota non pesa proprio  come una mentos, mentre cerco di affacciarmi sotto l'auto per vedere di quanto deve ruotare su se stessa la vite per potersi infilare, ci riesco con la mano sinistra, mancava solamente un grado.
Lascio andare piano, piano, il cavo e faccio in modo che la ruota si appoggi a terra proprio sotto il foro nel baule, tenendo teso il cavo per evitare che il pallino si sganci di nuovo.
Piano piano mi rialzo, ovviamente tenendo teso il cavo con il maniglioneconscrittopush e do uno strattone, questa volta senza ritegno alcuno, o la va o la spacca (e in fondo, se spaccasse, porterei conforto alla parte più cattiva di me che rimane sempre a boccasciutta).
Tra! tra! traaak|!
La vite si infila esattamente dove si deve infilare e i fermi della filettatura che prima avevo liberato pusciando il maniglioneconscrittopush la bloccano evitando che la ruota ricada a terra.
Sudato come una bestia che suda molto faccio girare una ghiera in plastica bianca che serve a stringere ulteriormente la grossa vite in plastica nera.
Ok! la ruota è al suo posto. Metto a posto anche la chiave usata per svitare e avvitare i bulloni della ruota e cerco di mettere a posto il crik. 
Col cazzo!
Provo e riprovo ma non si infila nella sua scatola, o meglio, ci si infila ma sporge sempre un pochino, quindi, il coperchio della scatola non si posiziona bene e a sua volta, il tappetino del baule, non si mette bello steso sul fondo. Ora il coperchio della scatola lo fanno leggermente più covesso, qualche bestemmia deve aver colto nel segno.
Il cric ha un piedino, quello che appoggia a terra per intenderci, che si muove avanti e indietro di poco più di un centimetro ed è agganciato ad una molla che lo trattiene in una particolare posizione.
Guardo il cric e la forma del suo alloggiamento e comprendo che prima di infilarlo devo tirare il piedino nella posizione che non è permessa dalla molla, lo infilo nell'alloggiamento, lascio andare il piedino che si mette nella posizione che gli dice la molla e la scatola finalmente si chiude.
Ho generalmente una buona manualità ma ammetto una grande imbranataggine soprattutto quando perdo la pazienza, proprio per questo, dopo i falliti tentativi di ieri, ripensando a come è fatto il sistema di aggancio della ruota, ho compreso le ragioni di quel cazzo di ingegnere che ha ideato tutto l'ambaradam e oggi, con la pazienza che cerco di apprendere leggendo le parole di alcuni maestri Zen, ritento e riesco a fare quello che volevo fare.
Ora; miei cari amici della Renault, lasciamo perdere la pena di morte e la tortura, per carità, ma 'na bella paliata a 'sto cazzo di ingegnere, gliela vogliamo fare o no?
Poi prendiamo l'ingegnere e gli facciamo ripetere l'operazione da lui ideata fino a che sbatte per terra, lo si fa dormire una mezz'oretta, e gli si fa ripetere tutta l'operazione nuovamente fino allo sfinimento, tanto questa non è tortura, giusto? E' stata ammessa questa procedura dalla commissione dei diritti dell'uomo, giusto?
E, se l'ingegnere dice qualcosa, scrivetemi che ci penso io, come minimo deve lavare l'auto di Lucia, dentro e fuori, la deve far diventare uno specchio, io per fare tutto quello che ho descritto, tra il grasso del cric e lo sporco accumulato dalla ruota sotto l'auto, per lavarmi ho avuto bisogno di essere aiutato da Silvi, ma nel video illustrativo di come si cambia la ruota alla clio, il "modello" ha un bel pantalone bianco candido.
Quindi, carosignorecambiatorediruotallaclio, non farti trovare in giro con quel pantalone bianco perché: mi fermo, ti chiamo, prendo il piccolo coltellino che ho agganciato al portachiavi e ti buco la gomma dell'auto; se sei a piedi e, soprattutto, se non possiedi una clio, buco la gomma alla prima clio che trovo tanto so per certo che riceverei da quello che potrebbe sembrare un povero malcapitato, un abbraccio sincero e fraterno. Insieme ci schiatteremo di risate anche se indosserai un pantalone nero.
E  ora godetevi il video ma non vi fidate, quello che vi succederà a ripetere le operazioni illustrate, non ve lo potete nemmeno immaginare, inoltre, il carosignorecambiatorediruotallaclio nemmeno ci prova a farsi riprendere mentre ripone il crik.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 clicca sulla foto

domenica 17 agosto 2014

Giorgio Perlasca

Quando tutti dicono:
- Però, cazzo! è vero, vengono e ci rubano il lavoro.
Ma i lavori che si accollano, noi, cerchiamo di evitarli fino a che non ci troviamo nelle loro medesime condizioni.
- Però, cazzo! è vero, bisognerebbe aiutarli a casa loro.
Ma i motivi che li spingono lontano da casa li abbiamo generati noi.
Però, cazzo! è vero, fanno i marciapiedi e non capiscono che le sedie a rotelle non salgono facilmente gli scalini.
Ma: - Mi fermo solo per prendere le sigarette. E parcheggio di fronte all'unica rampa.
- Però, cazzo! è vero, le centrali nucleari forniscono molta energia ma lasciano eredità terribili.
Ma lasciamo accesa ogni sorta di luce e lucetta... per sempre, dalla prima volta che pigiamo il bottone.
Facciamo cazzate a non finire, poi, in un dato momento, una persona dice:
- Però, cazzo! è vero, ma che cazzo stiamo facendo!
Un ferragosto come tanti diventa improvvisamente importante. Non lo diventa per qualche avvenimento sportivo o per qualche manifestazione estiva ma a causa della morte di una persona importante, di quelle che fanno diventare importanti gli istanti fino a diluirli nel sempre senza che mai se ne disperda completamente il colore.

Un portatore di sorrisi che senza perder tempo s'inventò console, non per avere uno scranno importante per un tornaconto meramente egoistico, macché, non se ne poteva fregare di meno; per concretizzare quel "ma che cazzo stiamo facendo!"
Un portatore di sorrisi che avrei voluto come terzo nonno solamente per sentirgli raccontare come, infilandosi in quel tunnel di rischi pieno di gesti che necessitano di infinita energia per essere portati a termine, le sue giornate, per un po', non furono più normali.
Come  August Landmesser, iniziò con un singolo gesto di solidarietà, trasformando i suoi giorni in quello che diventò un'epopea che da nonno racconterò ai miei nipotini cercando di imitare uno dei sorrisi più belli.
Padova, 15 agosto 1992
muore GIORGIO PERLASCA
Come mi vennero le parole di quella  poesia? Mi ripassa davanti la fotografia di Giorgio Perlasca e ricordo.

Non si smontano i sorrisi
Tentano sempre
con spatole ed altro
di staccare
trecce di parole
e di sorrisi.
Chiudono le porte
e smontano i propri
come con il palco
dopo un concerto.
Tanti ne ho
e mi prendo anche i loro
arriverà il giorno
in cui li vorranno rivedere.
Da fuori le mura
li riporterò
facendo notare
che li si può staccare
solo col martello
ma non si possono smontare.
Si possono nascondere
per qualche tempo,
la peste passa
e subito li ritrovi.
I sorrisi ci sono
e anche le parole,
si intrecciano ancora
e sempre lo faranno,
perché i sorrisi
non si possono smontare,
solamente si può
nasconderli un po’.

lunedì 9 giugno 2014

Da Larami a dentro me

Ad un certo Vittorio Arrigoni, qualche tempo fa, venne in mente un pensiero: “Restiamo umani”.
Una lampadina si accese in lui.
Molti sono i pensieri, e tante, le parole che, in qualche modo, hanno acceso lampadine anche in me, vengono da Tenzin Jatso, Tich Nath Han, Gandhi, Martin Luther King per quanto riguarda il pensiero. Tiziano Terzani, Igor Man, Ettore Mo, Stepanovna Politkovskaja, Ilaria Alpi per quanto riguarda la parola.
Sogyal Rinpoche disse: "La lampadina c’è, noto che a volte manca l’energia"
Ebbene, a Formia, nell’auditorium “Foa”, quell’energia l’ho sentita e si è accesa con il filamento in tungsteno brillante come poche volte mi è capitato di vedere.
Ho capito che quando agisco nelle mie attività non voglio più “combattere” “contro” qualcosa che non mi piace, perché “combattere” e “contro” sono parole con un’accezione violenta, ma desidero “agire” in “favore” di qualcosa che mi piace.
Nel caso specifico, d’ora in poi opererò in favore del “Restare umani” piuttosto che “contro l’omofobia”.
Aaron McKinney è stato si il braccio che ha ucciso Mattew, ma se a vent’anni si è cresciuti nell’ignoranza, si è vittime quanto chi si è ucciso.
Non sono comparabili, assolutamente, le due sofferenze, ma se si vuole operare in favore dell’eliminazione della sofferenza, bisogna tenere nel giusto conto tutte le sofferenze.
Un ragazzo di vent’anni che uccide un coetaneo mi fa soffrire per entrambi.
Ecco, questo è successo a Larami, frazione di Formia, nell’ultimo mese insieme ad altre 45 persone.

Se tutto questo ha acceso, due sole lampadine, fra le persone che erano ad osservare 45 strane persone che parlavano per operare in favore del “restare umani”, sono contento di essere stato uno di quei 45.

domenica 23 febbraio 2014

Viaggi

Stazione di Gravellona Toce - 1973


In stazione ci andavo per puro svago tranne quando si partiva per Bolzano. Allora si giungeva a quella di Fondotoce con l’autobus. Anche in quella stazione ci andavo per svago con Luigino e immancabile era la visita del modellino di transatlantico esposto nel bar, quindi era un luogo familiare, però, quando ci andavo con papà e mamma carichi di valige, l’effetto era completamente diverso. Una piacevole ansia si impossessava di tutti i sensi, i recettori, tesi verso la massima attenzione, pasteggiavano dei volti in attesa alla biglietteria o sul marciapiedi vicino ai binari. Quattrocento chilometri diminuivano gradualmente fino a giungere dove le nonne ci aspettavano per miracolosi abbracci. Capivo di essere quasi arrivato a Bolzano la dove la valle dell’Adige si stringe fino a far passare solamente l’acqua del fiume, l’autostrada, la statale e la ferrovia; una sull’altra si accavallavano e separano per passare in quella strettoia che separa il Trentino dall’Alto Adige, terra natìa.
La stazione di Gravellona, invece, cominciai a frequentarla come viaggiatore quando mi iscrissi al liceo artistico e, per poterlo frequentare, dovevo arrivare fino a Novara. Ci incontravo Pietro, mio coetaneo che però, non essendo mai stato bocciato, andava già per il secondo anno.
Su quel treno, che nel frattempo si era trasformato in Littorina, si percorreva una linea con un solo binario quindi, di quando in quando, per non scontrarsi con treni che andavano in senso opposto, si fermava in attesa. Su quel treno conobbi un sacco di persone e chissà quante altre ne avrei conosciute se, invece di interrompere gli studi per partire definitivamente verso sud, oltrepassando di parecchio Novara, avessi continuato a vivere a Gravellona, due di loro ricordo particolarmente, Patrizia e Paolo, ora affermato pittore di Villadossola.
Era il 1977quando, per raggiungere mio padre, partii per Cellole, paese del casertano di cui nemmeno conoscevo l’esistenza.
Rimasi con lui dalle vacanze di Natale fino a marzo inoltrato, quando, per far scendere mia madre in un estremo tentativo di riconciliazione matrimoniale, tornai per alcuni mesi a Gravellona.
Padre e madre tentarono di ricomporre la medesima famiglia quindi mamma tornò al nord per approntare quello che sarebbe stato il definitivo trasloco. Dovevo nuovamente tornare a Cellole ma, a quel punto, conscio di dover abbandonare Gravellona per sempre, in uno degli immancabili pomeriggi insieme a Luigino, organizzammo una ubriacata d’addio guarnita di pane, formaggio e registratore a cassetta. Avviata la registrazione ci producemmo in una sequenza infinita di risate e rutti, volevamo esorcizzare la tristezza dell’immancabile addio che ci saremmo dovuti dare da lì a qualche giorno. Del viaggio che ne seguì, ho scritto già qualcosa: http://imieisolchi.blogspot.it/2013/10/un-polentone-minturo.html.
Nel 1980, durante un viaggio estivo che mi portò nuovamente a Gravellona, cercai l’opportunità di poter lavorare in quelli che erano i luoghi in cui ero cresciuto. Già tipografo da un paio d’anni, feci il giro di tutte le tipografie della zona: una mi offrì la possibilità di esprimermi in una prova d’arte per tastare le mie capacità, era la tipografia Saccardo di Ornavasso. Tornai a Cellole con l’idea che forse mi avrebbero chiamato, in quanto, da lì a poco, uno dei fratelli Saccardo, doveva subire un intervento chirurgico, per questo motivo avevano bisogno di qualcuno che lo sostituisse; non ci credevo molto, avevo solamente diciotto anni e avrei dovuto sostituire uno molto più grande ed esperto.
Era il novembre di quello stesso anno quando mi arrivò una telefonata dove mi si chiedeva se ero disponibile a trasferirmi ad Ornavasso. Che feci? Accettai al volo e nel giro di poche ore ero pronto per partire.
Per un paio di ani abitai presso Luigino, poi affittai un piccolo appartamento al quale si accedeva da un ampio cortile. Per entrare nel cortile si oltrepassava un ampio portone che dà direttamente su via Alfredo di Dio, allora era l’arteria principale che portava al Sempione, autotreni a automobili passavano a dieci centimetri dalle mie finestre che essendo a piano terra, ovviamente, erano costantemente chiuse. Utilizzando steet view giunti al numero civico 78, quello che corrisponde, più o meno, a quello dove abitavo, si può notare un autocarro che, transitando, si trova a pochissimi centimetri da alcune finestre sprangate e parzialmente chiuse da lamiere, ebbene, quelle erano le mie finestre, dalle quali, per tutta la notte, entrava un rumore tale da impossibilitare un normale sonno.
In quella tipografia mi trovai bene, tutti mi trattavano bene e facevo molte ore di straordinario, qualche soldo in più faceva veramente comodo. C’era sempre da fare, a tutte le ore del giorno, anche quando la tipografia era chiusa, ci si ritrovava in due o tre persone per mettere elastici intorno a mazzette di soldi in quantità enormi, pedane intere di banconote da sistemare per la spedizione utilizzando elastici contenuti in sacchi alti mezzo metro. Si stampavano i soldi di un famoso gioco di società, il “Monopoli”.
Vicino a dove abitavo c’era la sede della Croce Verde, associazione di pronto soccorso dove spesso, facendo da volontario i turni di notte, dormivo in un letto decisamente più silenzioso che però mi costava levatacce notturne per accorrere a richieste d’aiuto.
La mia prima uscita fu una vera avventura.
Stavo facendo il turno di notte insieme a due compagni, uno era Antonio, fratello di Luigino.
Si trattava di effettuare un trasporto d’urgenza a causa di un malore di una persona anziana. Giunti sul posto ci accorgemmo subito che sarebbe stata un’impresa; una piccola costruzione a due piani, all’interno una stretta scala composta da scalini particolarmente alti. Il vecchino stava sopra. Dovemmo attaccarlo con delle cinghie ad una barella e passarcelo, praticamente in verticale, oltrepassando i passamano.
Entrati in ambulanza staccai il tubo dell’ossigeno da una piccola bombola portatile che avevamo incastrato sotto le cinghie per infilargli nel naso i tubicini presenti nell’impianto dell’ambulanza stessa. Bloccata la barella si parte in velocità verso l’ospedale di Omega. Ovviamente, essendo piena notte, facemmo presto.
Arrivati all’ospedale, dall’esterno aprono le porte posteriori, metto comodo al traspordo il vecchino che non prese conoscenza per tutto il tratto e sgancio la barella. Gli inservienti dell’ospedale tirano il lettino e a quel punto, il vecchino comincia a gemere, io che stavo già scendendo cercavo di capire cosa avesse, ci volle qualche secondo per capire che mi ero dimenticato di sfilare i tubicini dal naso, quindi, praticamente agganciato all’ambulanza il poveretto veniva trattenuto per le narici mentre gli infermieri non capendo, continuavano a tirare.

Tutto si risolse per il meglio però quel fatto provocò risate per parecchi giorni.

venerdì 21 febbraio 2014

La stazione

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La stazione si trova in una zona di Gravellona che sembrava lontanissima, ovviamente perché, quasi sempre, la si raggiungeva a piedi.
Non si andava a prender treni, ma a guardarli; si camminava lungo le scarpate della linea ferroviaria per cercare chiodini e, quasi senza accorgercene, ci trovavamo al passaggio a livello di Ornavasso, da dove, via Campone, tornavamo indietro.
Al Campone c’era una grossa discarica di spazzatura, sempre con qualche focolare acceso, era un buon metodo, allora, ma anche adesso,  per mantenere bassi i volumi e per poter conferire sempre nuovo materiale senza saturare il sito. Una nostra visita era quasi d’obbligo, una volta giunti lì. La curiosità governava la nostra attenzione, come sempre, dopotutto. Una cosa che mi attirava era trovare bottiglie di vetro deformate dal continuo, lento, ardere dei cumuli. Le bottiglie, posate su pietre o barattoli, nello scaldarsi si ammorbidivano e vi aderivano dando vita a sculture a volte veramente attraenti.
Altre volte trovavamo pezzi utili ad aggiustare o modificare le biciclette che, non essendo mai dotate di buoni copertoni, venivano utilizzate fino a quando, questi, resistevano, a volte anche avvolti, nei punti più consumati da una brusca frenata, con adesivi o pezze incollate, dentro e fuori; spesso era sufficiente un buon cerchione, il buon Dario, vigile costantemente vigile in crociera, una volta mi urlò di fermarmi proprio perché stavo viaggiando velocemente, passando da via Milano a via Marconi, con il fragore metallico dei cerchioni che, da lì a poco, non protetti dalla solita gomma, sarebbero collassati
A volte si tornava fino a casa facendo rotolare, a turno, un copertone d’automobile.
Una volta, appena giunti sotto casa, prendemmo un gatto e, trattenendolo all’interno con una pezza annodata, lo facemmo rotolare per la discesa iniziale del vecchio tratto di via Alluvione che si trova sotto casa di Luigino.
Immaginare come camminasse il povero gatto, appena riusciva a scappare da quella giostra forzata, è abbastanza facile.
Purtroppo è normale, per i bimbi, usare le proprie angherie per  fare esperimenti con gli animali e con le loro reazioni o almeno, era cosa normale.
Sul muretto che divideva via Alluvione dalla Roggia ci si distendeva armati di cappi realizzati con fili d’erba: vittime di queste pazienti attese erano le lucertole.
Luigi, prima del Pratolàinfondo, disponeva di un pezzo di terra dove Mario, suo padre, e anche suo zio Ianni, lasciavano alle dipendenze del tempo e della metereologia, vecchie automobili dimesse. Quando il clima non era dei migliori ma ormai ci si trovava in giro, si passavano ore e ore all’interno di queste vecchie auto a fantasticare su cosa avremmo fatto da grandi e sui viaggi che avremmo voluto intraprendere, perché, io e Luigino, avremmo passato tutta la nostra vita insieme e, quasi sicuramente, avremmo lavorato in una qualche attività tutta nostra, non sapevamo che la vita tiene per nulla in conto i desideri dei piccini, o quasi.
La nostra preferita era un’Anglia bicolore, avorio e nocciola, praticamente un cremino, con il vetro posteriore caratteristicamente inclinato al contrario, puzzolente di plastiche vecchie, tappezzerie ammuffite e, soprattutto, di ruggine, ma diveniva, di volta in volta, elicottero, camion o nave.
Nel "Cortile del Pratolàinfondo", questo era il nome di quel piccolo appezzamento, davamo una mano a Mario anche a sistemare l’orto o a governare galline, conigli e tacchini, cosa che faceva divertire oltremodo il piccolo Rocki, il pezzato, piccolo botolo di Luigino; come si entrava nel pollaio, cominciava a correre all’impazzata appresso a starnazzanti galline che, dimentiche del fatto di non poter volare, si cimentavano in balzi supportati da sbattute d’ali che se fossero state un poco più lunghe, le avrebbe sicuramente portate a librarsi come era nel loro irrealizzabile desiderio.
Prendemmo un tacchino e, ovviamente di nascosto, raggiungemmo il palazzo del Luigino. Saliti nel sottotetto, ci affacciammo da uno degli abbaini per buttare il volatile di sotto. Le ali, decisamente sproporzionate rispetto al corpo, rallentarono parecchio il volo ma, il poveretto, cadde a capofitto nell’orto del Lagostina che si trovava, pochi metri più in là, dall’altra parte della rampa che portava al Pontediferro.
Scendemmo a rottadicollo per tutte le scale per non permettere al tacchino di scappare, cosa che avrebbe voluto sicuramente fare. Riuscimmo ad acchiapparlo e lo riportammo al pollaio.
Non so se è bene pubblicare queste righe, e vero che i tacchini non sono tanto facilmente raggiungibili dai bimbi di oggi e che abbiano da svagarsi con simulazioni al computer forse è meglio che usare gatti e volatili vivi.
Nei pressi della ferrovia, invece, le uniche nostre vittime, erano monete e chiodi, più spesso chiodi, le monete, per quanto di valore minimo, le usavamo per promuovere la carie, però, qualche volta, soprattutto quelle da cinque o da dieci lire, le attaccavamo con il nastro adesivo alle rotaie laddove si potevano attraversare ad un passaggio a livello che si trovava a poche decine di metri dalla stazione. Ci si allontanava e con il mento appoggiato alle braccia piegate e posate sulla sbarra bianca e rossa, (allora si arrivava giusto a quell’altezza), si attendeva la locomotiva. Appena passata cercavano le monete che il passaggio del treno aveva fatto balzare lontano. Sulla rotaia rimaneva impressa l’immagine della faccia della moneta che vi era posata sopra mentre dalla  moneta scompariva quasi completamente; ne risultavano delle piastrine metalliche oblunghe, non se ne poteva fare niente se non ammirarne l’unicità. Con i chiodi era meglio, dopo schiacciati dal treno, si appiattivano contorcendosi e allungandosi, diventando salgariani Kriss. Fino all’età di dieci o undici anni, abbiamo avuto l’onore di poter vedere ancora in attività quelle sbuffanti motrici che, bruciando carbone, rimpicciolirono il mondo.
Se dovevamo andare semplicemente dall’altra parte della linea ferroviaria ma le sbarre erano abbassate o si stavano abbassando, ci attardavamo ogni volta per il semplice gusto di veder passare il treno.
Appena al di là, sulla destra, scendeva lievemente una strada e poche centinaia di metri dopo c’era il deposito di un “rutamat”. Il deposito di ferrivecchi, era circondato solamente da una rete metallica nella quale trovavamo sempre un varco, (altrimenti lo aprivamo noi), dal quale accedevamo per procurarci pezzi di ferro e i costantemente necessari pezzi per le biciclette, ci si andava sempre di domenica: c’era meno gente in giro e il deposito era incustodito.
La stazione questo era, un posto da dove partire, fuori, e anche un posto da dove partire, dentro, bastava guardarla una stazione o un treno, e, soprattutto noi piccoli, si cominciava a viaggiare.
Oggi, invece, l’uomo ha generato luoghi, o meglio, nonluoghi, dove le persone si radunano per far compere e dove, chi desidera vendere, organizza eventi musicali o altro. Quando ero piccino io, invece, oltre alla stazione,  c’era un luogo e luogo era, chiamato La pineta. Prima del ponte che attraversa il Toce, dove ora c’è lo svincolo autostradale,  c’era una piccola pineta, lunga poche centinaia di metri, ospitava feste e avvenimenti con tanto di canti e balli. L’odore delle salsicce e della polenta o del riso, avvolgeva tutto, bimbi giocosi e adulti avvinazzati che davano sfogo ai loro movimenti e al vociare. La Festadellunità era un’avvenimento atteso anche da noi più piccoli, non vi si trovava giostre o quant’altro adatto a noi, ma il clima di manifesta gioia espressa dagli adulti, ci appagava lo stesso. Canti e musica, quasi sempre, anzi, sempre, liscio, erano eseguiti da gruppi che facevano di tutto per assomigliare ai Casadei, vere star dell’epoca,  sia nell’abbigliamento degli uomini, che nelle gambe scoperte delle donne dove l’apoteosi di paillettes e lustrini raggiungeva il massimo esprimibile.

Quella pineta non c’è più, nemmeno si saprebbe come riprodurla anche se ancora viva nel fantasticare dei bimbi d’allora e in molti rimpiangono quel modo di gioire eppure, non so se, a parte il romanticismo dettato dai ricordi, oggi ci si divertirebbe nello stesso modo, sicuramente non si potrebbe parlare al telefonino comprendendo ciò che, dall’altra parte dell’etere, non possono fare mai a meno di riferirci, schiavi come siamo di un’apparecchio che ai tempi della Pineta e della Stazione si vedeva solamente nei film di fantascienza.

mercoledì 19 febbraio 2014

Su per monti ed alberi


In uno dei soliti pomeriggi di svago, il gruppo che si formò era particolarmente nutrito: non solamente da me e da dall’immancabile Luigino, anche da mio fratello Marco e da qualche altro buceta, la banda così formata partì alla volta di Dilàdelponte per un assalto ad un ciliegio di cui già conoscevamo le doti.
Giunti che fummo sul posto, cominciai ad arrampicarmi utilizzando quello che, nella mente del contadino, doveva essere un deterrente proprio per chi voleva compiere quel tipo d’impresa; aveva, infatti, avvolto di filo spinato tutta la parte bassa del tronco dell’albero, senza sapere che per me altro non era che una facilitazione. Avevo un fisico ossuto da somigliare ad un sedia sdraio e l’agilità di un furetto. Salito sull’albero cominciai a mangiare, e a cogliere i rossi frutti per i compagni che erano in attesa ai piedi del donatore.
Ad un certo punto sentimmo le strilla del proprietario, correva alla nostra volta volteggiando un bastone a guisa di lignea Durlindana. Essendo in alto fui il primo ad accorgermi del “pericolo” quindi urlai a tutti  di scappare precisando: - Ci vediamo nel cortile del Giorgio! Io rimasi nascosto tra le fronde, anzi, per meglio celarmi salii ulteriormente mentre l’urlatore intimava a invisibili malandrini di scendere, pena chissà quale punizione. Lo vedevo bene, a volte il suo sguardo incrociava perfettamente il mio tanto da credere di essere stato individuato, invece, passati alcuni camaleonteschi minuti, si dovette convincere che i monelli fossero scappati tutti tanto da indurlo ad abbandonare il campo. Il tempo di vederlo allontanare quel tanto che mi bastava per guadagnare il cancello, che saltai sul prato cominciando a correre all’impazzata. Il contadino s’avvide del mio precipitare ma altro non potè che urlare d’avermi riconosciuto, cosa che munì di ali le mie caviglie.
Al cortile del Giorgio si accedeva da via Roma, al centro, un piccolo recinto delimitava un orto e la libertà di qualche pennuto da uova e padella. Intorno, sui quattro lati, un edificio con una balconata al piano rialzato: vi abitavano alcune famiglie, quella del Giorgio, appunto, quella del Novellino e quella del Fabriziobalzani. E’ simpatico notare come per alcuni compagni si usava solo il nome, per altri il cognome e, per altri ancora sia il nome che il cognome. Fabriziobalzani, per distinguerlo dai fratelli, lo chiamavo appunto con nome e cognome legati, il fulvo Novellino di nome si chiamava Antero mentre, per Giorgio, il cognome Bonvento lo utilizzavo solo raramente, non ricordo se anche loro fecero parte dell’escursione frugifera, comunque là incontrai gli altri per partire verso nuove avventure.
Mi è simpatico l’anteporre l’articolo ai nomi propri, peculiare caratteristica dialettale che dove vivo ora non fa parte del dialetto, così come  mi è simpatica la circostanza linguistica, propria dell’alto Piemonte, di anteporre la parola “drè” (dietro), ai verbi coniugati all’infinito per produrre il gerundio: “sun drè nà” letteralmente “sono dietro ad andare” invece del nazionale “sto andando”, così come “suma drè fa” per dire “stiamo facendo”. (divagazione letteraria che denota il mio amore per i dialetti)
Dal retro del cortile si andava per via della roggia, così chiamavamo via Ripari in quanto costeggiava il canale fino all’incrocio con via Milano. Laddove la via più si avvicina al canale, una chiusa faceva da utile attraversamento per  andare dall’altra parte del canale, oltrepassato il quale, un lungo muro fungeva da sfioro per riversare l’acqua nello Strona qualora la chiusa venisse chiusa per la manutenzione del canale stesso. Camminando su quel muro giungevamo al prato che, in mezzo al paese, d’estate diveniva il naturale lido dei gravellonesi bagnanti.
Poco prima di quel punto, il canale biforcava formando una piccola isoletta, “l’isolino” o “isolino dell’amore”. All’ombra di alcuni alberi, il  fresco da loro prodotto avvolgeva alcune panchine e una cappelletta con una Madonnina. Era meta dei ragazzi più grandi e complice del formarsi di coppie, da lì il nomignolo dato da noi più piccini.
Dove via Ripari incrociava via Milano, sulla sinistra, una casetta ospitava il Pagella. Nella sua officina aggiustava biciclette e motorini. All’interno la luce era poca e tutto era nero di grasso, l’unica nota di colore più vivo era dato dai cicli in attesa di riparazioni e dai manifesti che pubblicizzavano copertoni e ingranaggi. Sul retro una pianta di cachi morbidi, attendeva la maturazione dei frutti per sporcarci all’inverosimile del vermiglio succo ogni volta che il Pagella si assentava.
A destra, un negozio di vernici, poi trasferitosi all’incrocio con via Stampa c’era il negozio dei fratelli Storti, non che fossero deformi, Storti era semplicemente il cognome.
Uno dei due, amico di mio padre, si chiamava Remo, e con lui come protagonista, ho un divertente avvenimento da raccontare.
Per un paio di estati, mio padre e mia madre ci portarono in montagna laddove termina la valle Strona. 

Da Campello Monti, l’ultimo paese della valle, ospitato da uno stretto fondovalle, quando nevicava veniva letteralmente sommerso dalla bianca coltre. Gli abitanti abbandonavano anticipatamente il borgo per scendere più a valle lasciando solo un vecchietto che, mi dicevano, produceva dei tunnel che, da casa, gli permettevano di raggiungere la chiesa per annunciare, suonando la campana, il suo stare bene.
Si partiva a piedi, zaino in spalla, per una camminata di un’ora circa. Dapprima si attraversava un pianoro stracolmo di mirtilli, poi si attaccava la salita verso l’alpeggio che ci ospitava.
Se si proseguiva per un’altra ora, si arrivava ad un pianoro dal fondo umido di torba nel quale le scarpe affondavano leggermente. Era sempre ricoperto di alti steli che terminavano in un candido batuffolo, circondavano un piccolo laghetto sorgivo, punto di nascita dello Strona.
Il proprietario dell’alpeggio, affidò a mio padre alcuni lavori di manutenzione da svolgersi nella casa in cambio di accoglienza.
Non c’era corrente elettrica, la luce per la notte era affidata ad alcune lampade che, attraverso un lungo tubo, prelevavano il gas da una bombola.
Al piano terra vivevano una ventina di mucche e alcuni maiali, l’odore era un problema solo i primi giorni, per diventare normalità fino a non sentirlo più.
Lungo un sentiero sulla sinistra, al limitare del piccolo altopiano, dopo mezz’ora di passeggiata si giungeva ad un altro alpeggio, nonostante fosse molto più piccolo, offriva riparo ad un centinaio di capre. Il soffitto della stalla, che era il pavimento delle due stanze dove dormivano i pastori e dove producevano formaggio, burro e ricotta, di cui facevamo abbondanti ed evacuative scoraggiate, era formato da tavole distanti alcuni centimetri tra loro, a detta del pastore questo facilitava il calore proveniente dagli animali. Di notte quel calore era sicuramente un sollievo, l’ovino profumo un po’ meno.
Il proprietario, dopo la mungitura, ogni mattina ci lasciava, fuori dalla porta, un secchio d’alluminio per metà colmo di latte caldo. Mia madre lo bolliva vino a fargli formare una spessa coltre di panna che chi beve il latte d’oggi fa difficoltà solo ad immaginare. Lasciava il secchio senza far alcun rumore per non spezzare i suoni del mattino, tra i quali lo squittire delle marmotte, tranne una volta.
Lo sentimmo urlare da lontano senza distinguere cosa dicesse fino a che non fu abbastanza vicino a casa da udire:
- Chi l’è sto storti, sel ciapi!
Ci alzammo di corsa e usciti trovammo il pastore, in mano, una matassa indistinta di nastro adesivo che poi scoprimmo essere quello da imballaggio del colorificio Storti.
Che era successo?
Il Remo, amico di papà, insieme alla figlia, era nostro ospite dal giorno prima.
La sera, dopo coricati, alcuni vitelli lasciati liberi, gironzolavano intorno a casa menando il sonoro campanaccio che viene loro appeso al collo proprio per poter facilmente individuare ove si possano trovare quando non visti. Questi campanacci, nell’assoluto silenzio montano della notte, entravano nelle orecchie in modo decisamente fragoroso, papà e Remo, che aveva appresso un rotolo del suo scotch da imballaggio, bene pensarono di avvolgere quei campanacci per meglio agevolare il notturno andare verso Morfeo.
Però, quei tranquilli e inudibili vitelli, raggiunsero l’alpeggio dove dormiva l’allevatore, ad un mezz’ora di cammino più su, salirono la breve scala che portava al ballatoio sul quale erano stati posati alcuni grossi contenitori di latte. Attratti dal profumo di quella lecconia, rovesciarono, senza farsi accorgere, i bidoni colmi del prezioso liquido che, nel precipitare a terra persero il tappo nonostante la chiusura a leva.
Nello scoprire il motivo, a causa del quale l’allevatore non s’avvide della presenza vicino alla porta di casa dei fortunati giovani bovini, il povero Giovanni, così si chiamava, andò su tutte le furie scendendo urlando e a piè levato fino a dove abitavamo noi che giorno ancora non s’era fatto.

Tutto poi tornò nella calma finendo in grasse risate tanto da farmi ricordare l’avvenimento fino ad oggi. 

lunedì 17 febbraio 2014

Qua e là per il paese

dietro il cancello che dava su via Alluvione


Non ricordo se già dalla prima elementare venimmo ospitati, con le aule, presso la “Casa del Popolo”, mi sembra dalla seconda in poi, comunque, le quattro sezioni di chi era nato nel 1962 si ritrovarono in quello che probabilmente era un appartamento. Si salivano due rampe di scale: di fronte, una porta a vetri dava su un balcone che portava nell’appartamento di chi, giù in strada nel piazzale antistante, gestiva un distributore di benzina; sulla destra una porta dava su un disimpegno dal quale si poteva andare nelle aule. La prima a destra era la mia, poi veniva quella della Spezia, quella della Frattini (dove c’era il Luigino) e poi quella della Nava. La mia maestra, Caterina, la chiamavamo maestra Ina. Tutto il 1962 gravellonese si trovava in quei metri quadri mentre il resto dei ragazzi frequentava presso l’edificio elementare “ufficiale”.
I minuti di ricreazione si srotolavano tra il disimpegno e le scale, i maschietti si rotolavano a terra, fingendo ltte e battaglie, con la non tanto celata intenzione di guardar sotto alle gonne delle bimbe, nonché a quelle della bionda moglie del benzinaio. Quando le condizioni meteo lo permettevano, si scendeva in cortile, questo si affacciava sull’esterno di un lungo capannone, sede della bocciofila e delle teatrali virtù dei bimbi che, sotto la guida di instancabili maestre, si prodigavano in pieces di cui, in parte, ricordo qualcosa. Una in particolare mi vide nei panni di uno di quegli osti carogna che non vollero ospitare Gesù e famiglia giunti in città per il censimento. Ero l’oste di un improbabile “Cervo Bianco” e mandavo bellamente da altre parti Giuseppe con il suo ciuccio carico di moglie e figlio. Mi sentivo responsabile “del freddo e del gelo” che colse la famigliola nel mediorientale deserto.
Il Pedolazzi, un pomeriggio che ci vedeva perder tempo in orari extracurriculari, anzi, pernullacurriculari, mi chiamò all’improvviso, mi giro e un sasso tirato al volo con un piede mi prese in pieno l’incisivo laterale destro, ancora ne porto il segno essendosi scheggiato nella parte interna, uno delle tante prove che veramente ho abitato a Gravellona. Sergio lo conosco da quando frequentavamo l’asilo, io da poco venivo da una delle lunghe permanenze dalle nonne a Bolzano, parlavo quindi con un’inflessione veneta, quella di Bolzano, appunto, lui, per prendermi in giro proprio a causa di quell’inflessione, mi chiamava “saponèta”, marcando su quella singola “t” tipica dell’italico nordest; da allora abbiamo camminato spesso insieme sulle strade di Gravellona.
Dal bocciodromo alla latteria i metri erano poche decine, questa si trovava nella piazza del municipio che dava le spalle alla Casa del Popolo, di fronte alla latteria una fontana futuristica, per allora, ornata da un’agave. Nel salire sulla fontana, non mi avvidi della punta di una delle foglie di quella strana pianta che voleva passarmi attraverso, fortunatamente mi bucò solamente un fianco ma il dolore fu acutissimo, più per la carica batterica di cui era portatrice che per il foro stesso, diventò una delle tante croste che toglievo e che si riformavano.
Un po’ più in su, verso Pedemonte, c’era il campetto dell’oratorio al quale, però, si accedeva da via Liberazione. Il cancello d’ingresso era sulla sinistra della sede dell’ACLI, sopra la quale viveva don Erminio, il giovane prete che supportava il più vecchio don Angelo.
Mi trovavo spesso da lui a produrre manifesti disegnati e scritti a mano che annunciavano le varie attività dell’oratorio, dopo averlo aiutato più volte, mi regalò una scatola con la completa attrezzatura utile per lavori al traforo.Me ne innamorai subito infatti conoscevo quel tipo di attività di cui era cultore il padre di Valerio, la prima persona che conobbi con il problema che porta ad un intervento alle corde vocali che conduce ad un  particolare modo di parlare. Ricordo una persona cara e piena di pazienza.
All’oratorio era d’obbligo scorticarsi ginocchia e gomiti inseguendo palloni d’ogni sorta, quasi sempre giocavo in porta e nel tuffarmi era impossibile scansare tutte le pietre e, talvolta, anche le pozzanghere. Prima d’andarci avevo l’accortezza di controllare che non ci fosse un certo Mariolino; un ragazzetto poco più grande di me ma dalla prepotenza decisamente gigantesca, non mi piaceva quindi evitavo di trovarmi ad occupare i suoi medesimi spazi, Gravellona era grandissima, un posto senza Mariolino sempre si trovava.
Ad esempio, via Stampa, la percorrevo quasi fosse un posto esotico, alcuni amici abitavano in quella zona. Da via Stampa si prendeva via Villette che portava ad un’altra via, mi sembra Resiga o Rassega spuntava su via Sempione, là dove Gravellona puntava verso Ornavasso passando dalla zona Campone. Poco prima dell’incrocio, sulla sinistra, un lavatoio faceva mostra di se facendosi annunciare dal vociare delle donne che vi lavavano i panni, era tappa fissa per abbeverarci prima di avventurarci, solitamente in bicicletta, verso la “Frana” dove i motorizzati si esprimevano con salti e acrobazie, mentre noi biciclettari sbattevamo a terra ginocchia e fronti scendendo i ripidi pendii che ogni volta risalivamo spingendo a mano quelle che, con uno sforzo di fantasia e di cartoline tra i raggi, diventavano le nostre motocross.
Con la bicicletta, sempre in compagnia del Luigino, salivamo fino a Casale per menarci giù fino a Gravellona, sparati come razzi, come razzi senza freni; una volta la catena mi si schiantò bloccando improvvisamente la ruota posteriore che, prima di riuscire a fermarmi, tracciò un lungo serpente nero lungo la strada. Qualcosa da quell’esperienza la imparai, imparai che era meglio avere una catena con una maglia apribile all’occorrenza, infatti, le volte successive scendevo si con la catena, però in tasca, andavo veloce senza il rischio di consumare il copertone.
La velocità faceva impazzire entrambi, infatti, andavamo insieme a Cavandone dove il Minazzi ci dotò di impalcatura dentale, una volta ci andammo attrezzati di pattini a rotelle. Luigino era più fortunato, le ruote dei suoi pattini erano di gomma mentre i miei avevano ruote di bachelite o di qualche altro materiale ugualmente duro, questo provocava un vibrare alle mie caviglie che persisteva anche molto dopo l’arrivo in pianura, da Cavandone scendevamo fino all’incrocio con la strada che porta dentro Pallanza, il dolore più forte ce lo procuravamo ai polsi, il continuo fermarci contro muretti e guard-rail ad ogni curva troppo stretta, non essendo questi dotati di cuscini o altro, affidava alla sola elasticità delle giunture, la possibilità di non finire fuori strada.
Dire che eravamo matti non descrive proprio bene quei due mocciosi che eravamo.
Cavandone, dopo la visita dentistica di rito, mentre i nostri genitori si abbandonavano alle chiacchiere d’adulti, ci vedeva camminare sui tetti delle case, addossate una all’altra offrivano un percorso senza alcuna sorta d’interruzione se non dove, qualche metro più sotto, c’era una via. Più che camminare, la paura di essere scoperti, ci faceva correre su terrazzi e tegole, inventammo il parkour?

Mentre stavamo sulla sommità di un tetto, con il piede destro su uno spiovente mentre il sinistro posava sull’altro, Luigino saltò su una finestra aperta. Un suo strillo richiamò la mia attenzione; vidi il motivo di quell’urlare una volta arrivato presso di lui. Stava in piedi sul davanzale e, all’interno, il pavimento non c’era se non a livello di strada, parecchi metri sotto. La casa, evidentemente abbandonata da tempo, mancava quasi completamente degli impiantiti, dei quali restavano poche tavole e travi. Anche in quel caso gli angeli che ci avevano in custodia dovettero prendersi parecchie camomille, chissà se gli vengono riconosciuti gli straordinari?