martedì 24 agosto 2010

Bastoncini di zucchero


La colorata bacchetta di zucchero che faceva bella mostra in grandi barattoli di vetro dal pesante coperchio, era la cosa che più mi attirava quando entravo nel negozio del tabaccaio.
Dovevo imboccare via Sempione, se passavo da via Marconi dovevo attraversare; passare tra le vetture parcheggiate lungo il marciapiedi e salire alcuni scalini.
Quando ero piccolo, queste bacchette erano nude, sceglievo ogni volta la bacchetta con l’unico possibile criterio dettato dal colore della variegatura. Una striscia colorata si attorcigliava sul bianco candido di quella leccornìa, oppure era il bianco ad attorcigliarsi su quella colorata. A volte i colori erano più d’uno e ciò allungava i tempi e non faceva altro che aumentare la quantità di saliva che si andava accumulando sotto la lingua, alla fine prendevo quella con il verde, o quella con il rosso; c’erano anche quelle con i colori più tenui, celeste chiaro piuttosto che rosa, erano la scelta che facevo in assenza delle altre, una volta entrato non potevo andarmene senza averne presa una.
Avevano solamente il sapore dello zucchero, infatti non erano, come oggi, aromatizzate ne all’anice e nemmeno alla menta.
Mi piace immaginare l’omino che le fabbricava, ovviamente quando venivano fatte a mano.
La pasta bianca morbida e allungata sulla lastra di marmo. Vicino, una striscia simile però colorata. Sicuramente venivano accostate e fatte rotolare insieme fino a diventare un’unica morbida bacchetta, magari ripiegata un’ulteriore volta ma mai da ammalgamare completamete i colori, per realizzare una prodotto dai colori ben distinti.
Forse il calore, forse l’umididà, capitava che le bacchette cercavano di aderire allo spigolo sul fondo del barattolo, incurvandosi in modo più o meno accentuato, la nuova forma che acquistavano era un’altra, per quanto rara, discriminante che guidava la scelta. Era simpatico rigirarla con la lingua facendo attenzione a non sbavare risucchiando rumorosamente la saliva, infatti, nonostante gli sforzi, dopo un po’ cominciava a diventare appiccicosa, senza stringerla, ci si abbandonava a virtuosismi di equilibrio, premendola una volta su un dito successivamente su un altro e così via.
Così immagino una coppia di persone ben assortita, composta da persone perfettamente integrate ma che conservano ciascuna le proprie indispensabili peculiarità, coppia che pur formata da individui diversi, agli occhi di tutti, diventano un’unica entità.
Quando ero bambino, sono quasi sicuro, queste bacchette avevano un nome, magari dialettale, non lo ricordo nonostante i tanti sforzi mnemonici, sforzi che mi hanno portato a scrivere queste righe.
Chi mi da una mano a ricordare?
P.S.: All’epoca dei ricordi descritti, vivevo a Gravellona Toce, un tempo in provincia di Novara e che ora, anche se è un dato che non riesco ad integrare, si trova in provincia di Verbania.

domenica 8 agosto 2010

Acqua amara



Acqua amara oltre le assi

e aspetta di vedere
la sagoma blu
di un paese migliore.
Africa triste
attaccata addosso.
Africa stanca
nelle pieghe dei pantaloni
che non si dovevano bagnare
sul fondo dello scafo.