mercoledì 20 giugno 2018

Vallaurea Piccola


Alessandro Parente,
durante il concerto commemorativo che solitamente si tiene nella bella Vallaurea Piccola di Coreno, ci racconta storie a lui trasmesse dagli anziani del paese. Storie riguardanti lo sfondamento, da parte degli alleati, dellaLinea Gustav.
Mesi e mesi di battaglie fra soldati attestati su due monti vicini: i tedeschi da una parte difendevano la linea difensiva che dal Garigliano arrivava fino ad Ortona; dall’altra gli alleati che cercavano di raggiungere Roma.
Morti a migliaia, da entrambi i lati, le cui vicende non sono molto note in quanto il successivo sfondamento da parte degli alleati, ha dato una svolta determinante allo svolgersi della guerra che da quei momenti in poi ha riempito le cronache ed i libri di storia.
Ho assistito all’evento proposto dal Maestro Parente e dai suoi ragazzi, in più occasioni e ho avuto modo di ascoltare i suoi racconti con sempre viva commozione e i segni che lascia in me ogni volta, diventato vivi, quasi tangibili.
Ad un certo punto mette particolare enfasi su un fatto che già di suo è molto evocativo: dopo che in un video sua madre racconta della meraviglia che colse i corenesi a vedere i proiettili di cannone sorvolare il paese, tanto da farli correre nei punti più alti per vederli meglio, racconta anche di come, per sfuggire ai rastrellamenti e alle bombe, debbano raggiungere i medesimi punti alti per salvarsi. Raccolgono quanto riescono a portarsi dietro e lasciano le proprie case.
Raccolgono quanto riescono a portarsi dietro e lasciano le proprie case.
Perché questo fatto non lo si prende così come è, ora, quando a compiere questi gesti sono altri e noi siamo il punto in alto dove rifugiarsi?
Grazie al Maestro Parente e ai suoi ragazzi che con i loro organetti riescono a rendere un po’ più sopportabili le lacrime che questi racconti, dopo tanto tempo, fanno ancora scorrere sulle guance delle persone buone.



martedì 19 giugno 2018

Ho sbagliato


Sono cresciuto a Gravellona Toce, la cittadina più vicina nella direzione del passo del Sempione è Ornavasso, primo paese della Val d’Ossola.
Nel 1944, in questa bellissima valle, nacque la Repubblica dell’Ossola che, prima della riconquista da parte dei fascisti, produsse un periodo di libertà durato 40 giorni e molte delle cose fatte in quei giorni furono di ispirazione per i Padri Costituzionalisti. Sono cresciuto, quindi, in una zona prevalentemente antifascista, in un’epoca di sviluppo industriale che ha attratto italiani da ogni dove, sia dal Polesine dopo l’alluvione del 1951 che dal meridione.
Essendo nato nel 1962, quando iniziai ad andare a scuola cominciai a frequentare l’Italia. Io stesso, con la mia famiglia, provenivo da Bolzano e per tutte le elementari, suddivise in quattro sezioni, le classi erano composte più da forestieri che da autoctoni nonostante fosse l’epoca dei cartelli con scritto: 

Le ultime visite fatte in quei posti mi hanno fatto notare qualcosa confermato dai viaggi virtuali che faccio con internet: una forte avversione per lo straniero.
Miei ex compagni di scuola che dimenticano la dimensione umana di chi migra nascondendosi dietro a paradossali “però noi…”.
Diventando grande le mie idee sono sempre state di sinistra, non solo, addirittura di estrema sinistra con sguardi utopistici orientati verso un’auspicabile anarchia.
Da alcuni anni faccio parte di comitati e associazioni che si spendono per la salvaguardia dell’ambiente e per la diffusione di buone pratiche e di tutela del Bene Comune; questo mi ha portato ad essere spesso in contrasto con la parte più centrista della sinistra.
A cosa mi ha portato questo? Ad ottenere parziali buoni risultati laddove  si esagerava nel violentare l’ambiente e l’uomo.
Ma, c’è un grosso ma; ma grosso grosso.
Il mio lottare per la diffusione di pensieri e pratiche il più di sinistra possibile ha comportato un lavoro dove è necessario leggere, studiare e informarsi il più possibile per avere il maggior numero di strumenti così da generare il modo che la maggior parte di persone possa accedere ad informazioni che contrastino la propaganda utile agli affaristi che tutto hanno in animo tranne che il benessere diffuso, in favore di un benavere per pochi.
Ok! In tanti abbiamo fatto questo, io stesso ho conosciuto migliaia di persone in vari ambiti che fanno ciò. Questo modo di fare, però, ha frazionato la sinistra in tantissime piccole parti quanti sono gli argomenti da trattare, evidenziando in me il ma di cui sopra e cioè, chi sta a destra, sfruttando l’ignoranza anziché la diffusione della cultura, ha vinto facilmente perché tra il lavorare per diffondere informazioni e la voglia di acquisirle e il lavorare per non far sapere nulla facilitando la voglia di fregarsene, non c’è partita.
E’ così facile da comprendere che mi sento quasi scemo.
Io studio e organizzo incontri per far sapere cosa bisogna conoscere sperando che in chi partecipa nasca la stessa voglia di impegnarsi mentre Salvini dice stupidaggini ad ogni piè sospinto diffondendo l’idea che è inutile studiare, o semplicemente leggere, per sapere le cose tanto ci pensa lui.
Io studio per diffondere dati riscontrabili, lui riporta dati falsi contando sul fatto che le persone non leggono nemmeno il titolo di un articolo.
Io dico a qualcuno che può andare in un dato luogo perché, pur essendoci una trappola, è stata disattivata,  e lo tranquillizzo fornendo la fonte dell’informazione e il modo per raggiungerla.
Salvini dice di non andarci perché c’è una trappola e fornisce la medesima fonte tanto sa che chi è disposto ad ascoltarlo, non legge i dati forniti dalla fonte.
Quindi, entrambi diciamo la verità solo che io conto sul desiderio di consapevolezza del mio interlocutore mentre lui conta sulla sua, ormai notissima, mancanza di voglia di leggere.
Dove è il mio più grosso sbaglio?
Sta nell’aver contrastato chi operava in mezzo a queste due metodologie che, nell’ultima epoca, è stato rappresentato da Renzi.
Risultato?
Ha vinto Salvini e, se con Renzi era difficile far passare il mio pensiero tra i miei concittadini ora, con Salvini, sarà impossibile, per molto tempo.
In pratica, mi fermo con l’auto, anche in assenza di strisce pedonali, per far passare i pedoni tanto, essendo motorizzato,  posso recuperare facilmente i secondi persi pur sapendo che oltre la metà di costoro, una volta in auto, col cazzo che si ferma in presenza di pedoni che vogliono attraversare la strada.
Evidentemente sono matto, ma prima o poi, quelli che si fermano, saranno di più, lo so, nonostante tutti i Salvini; se non fosse così, staremmo ancora a fregar sassi per accender fuochi, o no?


lunedì 11 giugno 2018

Salvini, aiutaci!


Siccome spesso le persone che si vedono derubate dei propri beni, ricorrono alle assicurazioni per avere i risarcimenti, penso che potremmo pagare meno i premi assicurativi se bloccassimo i denuncianti prima che entrino nelle caserme dei Carabinieri. 
Visto che le tariffe vengono determinate anche da accordi europei, l'Europa non ci deve lasciare soli in questa situazione.
Se qualcuno non è d'accordo rimborsasse lui i derubati soprattutto se sono derubati economici e non persone che si vedono privati di pasta e pane.
Salvini è bravissimo in queste cose ed è il Ministro degli Interni, quindi chiedo a lui di aiutarci a formare barriere nei pressi delle caserme per evitare di facilitare i ladri perché se uno viene rimborsato, riacquista quello che gli è stato rubato aiutando così i malviventi.

sabato 9 giugno 2018

Luis Enrique



Che vogliamo fare, andare a vedere anche due o tre generazioni precedenti per poter permettere a qualcuno di dire di essere italiano?
Purtroppo, anche in Italia, su questo argomento stiamo proprio indietro, io stesso, quando affermo di essere meridionale, mi vien detto: Si, si, vabbè!
Sono nato a Bolzano, fino ai quindici anni ho vissuto a Gravellona Toce e da 41, dico quarantuno, vivo a cavallo del Garigliano, confine geografico, GEOGRAFICO cazzarola, geografico, per definire l'inizio del meridione d'Italia e questo, nella realtà che descrive una perona, non è nulla, nulla, è una differenza che può servire a migliorare la gestione dei territori suddividendoli in porzioni più facilmente controllabili, ne più ne meno di come si dividono le cose in casa tra le varie scansie e mobili, niente più di come è importante dividere i chiodi di garofano da quelli da carpentiere quando entrambi sono ugualmente utili?
Io sono meridionale perché vivo nel sud d'Italia: vivo a nord del CONFINE, lavoro a sud del CONFINE.
Cazzo! Mi dite dov'è la differenza?
So scrivere in napoletano meglio di molti napoletani, perché quando ho dubbi consulto testi  o video che mi aiutino a capire come qualcosa si possa scrivere e perché, pur avendo una cadenza con evidenti fonetismi provenienti dal nord, perché amo la Lingua napoletana così come amo tutti i dialetti italiani.
Il mio maestro, Enzo Carro, 
Enzo Carro
produce anche brevi lezioni su youtube. (clicca qui per accedere)


Al nord sono un terrone, e mi sta bene; al sud sono un polentone, e mi sta bene; ma è proprio necessario far notare o esibire queste differenze; dove sarei migliore se considerato terrone dai terroni o polentone dai polentoni?
Perché ti vien da fare questi ragionamenti proprio ora? Verrà da domandare.
Perché notizie che raccontano ciò che è successo a Luis Enrique mi fanno venire il mal di stomaco, e peggio sto quando ne sento raccontate su chi non è considerato appartenete ad una determinata nazione. Si perché pur essendo Luis Enrique un italiano, ha dovuto subire ciò che subisce normalmente chi non è europeo e proviene da posti poco comodi  (uno statunitense, anche se malvivente, non subisce le stesse ingiustizie), perché?
Perché più scuro di carnagione (Calabresi e sardi state attenti se avete il naso un po' più schiacciato), quindi la Carta d'Identità non è stata sufficiente. Ma porca bubbazza,  'o vero facite? Anzi,'o vero facimm?
Non siamo nati in un determinato posto perché scritto nel dna o perché chi è nato prima di noi in quel posto era migliore di altri ma solo perché nessuno è morto prima di generare la possibilità di metterci al mondo, in pratica, per puro culo.
Qui potete leggere cosa gli è successo 


domenica 3 giugno 2018

17.000



Sono yemenita, ma la mia provenienza è importante solo se comparabile a quella di chiunque abbia dovuto emigrare perché il proprio paese non offre più la sicurezza dell'incolumità, ne per se ne per i propri cari.
Ho lasciato il mio Paese perché è stato dapprima, invaso da persone che hanno preso alla lettera e anche in modo figurato, il verbo invasare in secondo, luogo perché chi sta bombardando non lo fa per il nostro bene ma per il suo.
Avevo una bicicletta che, quando la trovai, era nuova e senza alcun danno; la vidi appoggiata ad un muro subito dopo che un bombardamento aveva buttato giù la casa della quale quel muro era parte. Mi misi seduto sul marciapiedi di fronte con i piedi a mollo in un rivolo d’acqua che proveniva da un punto non individuabile da dov’ero; qualche tubo aveva ricevuto lo stesso trattamento di ogni cosa del quartiere e rilasciava un’acqua pulita e fresca. Quell’acqua scorreva da poco, lo si intuiva dal rivolo che, proprio i  quegli attimi, via via s’allungava, ebbi l’impressione che qualcuno, dietro l’angolo, stesse vociando e benedicendo quell’acqua. Mi affaccio e alcune donne stavano scavando un fosso, immagino per infilarvi i contenitori pronti a raccogliere il prezioso liquido. Sono tornato a sedermi di fronte alla bicicletta in attesa di qualcosa che confermasse l’assenza di un padrone del veicolo avvistato. Mi addormentai svegliandomi con il richiamo, forte ma lontano, che invitava alla preghiera.
Nessuno aveva preso la bicicletta e, siccome è una cosa veramente preziosa, il fatto che nessuno si fosse avvicinato voleva semplicemente dire che, se ancora aveva un padrone, costui non aveva modo di venirla a prendere.
Per guadagnare qualche riyial, trasportavo qualsiasi cosa che potesse entrare nel carretto che avevo costruito, da un punto all’altro della città. Lo spingevo a braccia, senza meta, avanti e indietro finché qualcuno mi chiamava, una tanica o bidone doveva sempre cambiare di posto ed io ero lì per quello. Ci volle qualche giorno per trovare cosa mi servisse, ma la trovai, e nell’officina di un amico saldammo delle staffe al carretto per poterlo attaccare alla bicicletta.

Immaginate che, dopo tanto tempo, per caparbietà e speranza enorme, sono riuscito ugualmente a rimettere insieme un'abitazione e che alcuni miei compaesani fossero riusciti a fare lo stesso, ma non sapevamo dove collegare i tubi con i quali,  con tanta fatica, avevamo ripristinato gli impianti idraulici; la stessa cosa toccò agli impianti elettrici, ripristinati senza tante accortezze estetiche, non sapevamo come riempirli di corrente elettrica.
Non c’era acqua: quel rivolo fresco era da casa mia irraggiungibile con dei tubi. Corrente elettrica? nemmeno a parlarne; chi aveva attivato generatori a motore si guardava bene dal dare corrente ad altri, il carburante era di più difficile reperimento dell’acqua, una tanica d’acqua la potevi anche mettere in testa e trasportare ma se venivi avvistato con una bottiglia di benzina, ti sparavano a vista.
Immaginate che, quello che sono riuscito a ricostruire, è stato subito buttato per aria con altre bombe.
Vecchi compagni di scuola? Morti. Colleghi che come me portavano per la città i giornali con la bicicletta? Morti. Insegnanti dei miei figli? Morti.
Il bottegaio, quello che vendeva l’acqua a bicchieri, quello della pompa di benzina, la vecchietta alla quale mio figlio faceva dei servizi perché era amica della nonna, mio cugino impiegato al comune, il dottore che aveva fatto nascere mio figlio e mia figlia, mio padre e mia madre, mio fratello i miei tre cugini ed entrambi i loro genitori? Morti.
Già mezzo rotto, il mio cuore si finì di rompere con la morte di mia moglie e di mia figlia: un mezzo blindato le ha travolte dopo essere stato colpito da una bomba, senza controllo si abbattè su uno spigolo di muro dietro al quale si erano riparate.
Siamo rimasti mio figlio ed io che, con la bicicletta ora dotata di carretto, dormiamo e mangiamo là dove la fine della giornata ci coglie.
Mio figlio ha sedici anni ed è un bel pezzo di ragazzo, quindi, i soldati non devono vederlo. Più di una volta l’ho fatto coprire con i due pezzi del niqab e un lungo velo nero che ho sempre nel tascapane, se lo scoprono ci ammazzano entrambi, ma il se, non esiste per lui, se gli mettono un mitra a tracolla. Un giorno, dovevamo passare davanti ad un gruppo di ragazzi, senza divisa ma armati, quindi vestii mio figlio da donna e lo feci salire sul carretto dicendogli  di lamentarsi come se stesse male. Ci hanno guardato storto ma ci hanno fatto passare senza chiederci nulla.
Quel colpo di fortuna mi fece capire che, la bicicletta e la mia conosciuta attività mi avevano salvato ma anche che  tutta la buona sorte che mi spettava nella splendida Sana’a era esaurita e che il bel colore dei mattoni avrei dovuto andarlo a vedere da qualche altra parte.
I due anni successivi sono durati di più dei normali ventiquattro mesi. La bicicletta, senza carretto e quasi sempre condotta a mano per portare i pochi stracci e contenitori che ci erano rimasti, ci portò fin sulla sponda del mediterraneo e ora non mi serviva più; l’ho venduta per un pasto e per un posto per dormire, non un letto intendiamoci, un pezzo di marciapiedi sul quale poter stare senza che qualcuno mi cacciasse.
Sono arrivato in Italia con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria, ho  trovato una casa e un lavoro in un ristorante. Servo ai tavoli per sette o otto ore, la sera arrivano alcuni giovani colleghi che lavorano per mantenersi agli studi ed io inforco la mia bicicletta italiana e consegno le pizze per altre due o tre ore. Non conto più per quanti  chilometri pedalo in un giorno, ma dopo quelli fatti su strade distrutte nella mia, nonostante tutto, bella città, pedalare sull’asfalto liscio, vi assicuro, è molto poco stancante. Intanto seguo l'iter che mi ha offerto la possibilità di essere considerato un rifugiato del quale ho assunto più forme: politico, di guerra, economico. Non importa, mi dico: fate voi.

Mio figlio, nel frattempo è cresciuto e va a scuola con buoni risultati ma non sta bene.
È escluso dalla possibilità di usufruire delle medesime opportunità dei suoi coetanei italiani e frequenta suoi connazionali che vivono i medesimi disagi.
‎Non riesco a seguire la sua quotidianità e alcuni dei suoi compagni non mi piacciono, sono violenti e arrabbiati.
‎Mi accorgo che anche lui è diventato violento e arrabbiato quando, una volta, urlando che ero un vigliacco, buttò la bicicletta che mi portavo fin sopra casa, al quinto piano, (manco a dirlo che nell’ascensore non ci entrava) dal balcone.
Qualche giorno dopo,dal balcone di casa ha buttato, sul mercato sottostante in quel momento attivo e frequentato, molti sassi; un po’ alla volta li aveva portati su e messi in camera sua nella quale mi era vietato entrare, non aveva nulla, quest’unica sua intima proprietà, la rispettavo in modo quasi sacro. Non molto grandi, ma tutti insieme e dal quinto piano hanno fatto parecchi danni e ferito molte persone. Dopo il trambusto prima di essere portato via mi gridò: Pà! I sassi sono una sola volta 17.000.
Non diedi peso a questa sua affermazione, su ben altri argomenti andò tutta la mia attenzione.
‎E' stato arrestato e io ho ricevuto l'obbligo di lasciare il paese: sono rimasto, ma se il disagio era forte già in situazioni ordinarie, adesso, l’intolleranza che mi avvolge è più tangibile di quei sassi.
Ora immaginate i titoli dei giornali e le vene del collo di leghisti e fascisti.

Faccio un accenno al luogo dove vivo senza scrivere il nome del paese; vivo in un posto dove 200 famiglie vivono con lo stipendio di chi lavora in una fabbrica dove un tempo producevano esplosivi per miniere, ora le miniere sono tutte chiuse in quanto non economicamente vantaggiose da sfruttare ed è stato acquistato per essere convertito alla produzione di bombe. Queste bombe vengono vendute ai governi e ai guerreggianti che occupano la medesima parte del mondo dalla quale provengo.
‎Ora immaginate queste bombe, vi dico che hanno un potere deflagrante e una capacità distruttiva enorme.
‎Immaginate queste bombe, queste centinaia di bombe che partono dal paese in cui vivo ora e che  permettono ai miei attuali compaesani di venire a mangiare nel ristorante che mi dà lavoro e che mi ha permesso di mandare mio figlio a scuola, e hanno permesso a me di comprare una bicicletta nuova fiammante.
La mia bicicletta ha la forza che io imprimo sui pedali e tecnologicamente non è all’avanguardia, non ha nemmeno il cambio, è robusta ma a confronto di quelle bombe, è poco più di un cucchiaio, in confronto ad un buldozer.
Immaginate me, un uomo di poco più di cinquant’anni che pedala su una bicicletta per portare pizze che consegna in cambio del denaro, anch’esso proveniente dagli stipendi degli operai della fabbrica, necessario a vivere e a pagare gli studi di un figlio che ora sta in galera.
Ora immaginate, ma immaginate davvero, un pilota che con la sua bella uniforme pressurizzata e con il casco nella quale visiera ha mirini e altre diavolerie direttamente davanti agli occhi, premere il bottone che rilascia le bombe prodotte nel paese in cui vivo per farle cadere sulle case della città dalla quale sono scappato.
Sana’a è nei miei occhi ogni volta che li chiudo ed è davanti all’ogiva di quelle bombe mentre cadono al suolo.
Quelle bombe, centinaia di bombe,  esplodendo, lanciano, ciascuna,  tutto attorno, schegge d’acciaio a velocità pazzesche, lanciano schegge in un numero veramente importante.
17.000.

(questa è la versione integrale, per partecipare
 al concorso il numero di battute doveva essere inferiore quindi l'ho modificato)


Il Bicicletterario - 2018



Anche quest’anno, nella nostra bella Minturno, si è svolta la parte finale del concorso letterario, dedicato alla bicicletta, “Il Bicicletterario”.
Centinaia di opere sono giunte da tutta Italia e molte dal mondo.
A festeggiare con noi minturnesi è venuta una numerosa quantità di persone e, molte di loro, nemmeno conoscevano il nostro paese e ne sono rimaste incantate.
Io e Silvy abbiamo scambiato tante parole con loro perché durante la manifestazione esponiamo e vendiamo prodotti artigianali realizzati da noi e questo diventa il pretesto affinchè si avvicinino e inizino simpatiche chiacchiere dagli accenti dialettali più diversi.

fotografia: Luca Gargiulo

Anche io ho partecipato con un racconto, essendo entrato nella lista dei primi trenta classificati, rosa dalla quale sono usciti i vincitori: mi hanno attribuito un riconoscimento del quale andrò fiero.
Il titolo è 17.000.
Una manifestazione nata dal cuore di persone che solo ed esclusivamente per amore delle biciclette è delle parole arrivata alla quarta edizione.  Un gruppo di volontari molto nutrito e affiatato lavora per mesi su tutti i fronti necessari, coordinati da Giovanni e Elena che non risparmiano energie fino a che non viene smontato tutto per, ricominciare, subito dopo ad organizzare il concorso del quale godremo i risultati l’anno succesivo.
“Il Bicicletterario” da  prestigio ai luoghi e alle persone in questo posto nel sud del Lazio, e ancora ha molto da dare perché l’impatto ecologico, più sostenibile da questo nostro pianeta, offerto dalla bicicletta e da coloro che la amano, sta sempre più crescendo.
 
Grazie a Michele Volpi 
che è stato con noi e che mi ha insegnato una cosa che non sapevo esistere: il suo modo di girare in Bicicletta, con un carrettino colmo di libri, per raccontare a grandi e piccini come è bello leggere. Non solamente nelle le parole ma anche nelle immagini, negli sguardi, nei gesti, di quando ci si accompagna ad un libro. Gira in bici per l’Italia, partendo da Perugia, con i suoi libri dopo le normali e quotidiane giornate di lavoro, Il Menestrello della parola illustrata e scritta. Lo incontreremo ancora, sicuramente, le connessioni che nascono con “Il Bicicletterario, sono per sempre.

Grazie a Giovanni, Elena, Daniela, Marianna, Pasquale, Luca, Anna, Giorgia, Stefano, Enzo che, ciascuno con il proprio impegno, ci regalano queste due splendide giornate.


sabato 19 maggio 2018

Mazzate! (ra cecati)


Andiamocene, qui i cani devono portare il guinzaglio.
Lo dice lei a lui mentre stanno portando un bulldog obeso quanto loro a passeggio dopo aver lasciato l’auto davanti all’ingresso della zona pedonale.
Siamo al molo di Scauri, già sappiamo che questo è solo l’inizio, della stagione estiva intendo; ancora non potevo immaginare cosa sarebbe successo.
Andando via, il cagnotto si avventa contro i gatti che formano la colonia del posto. La signora, anziana, che porta loro da mangiare gli grida di fermare il cane e che gli deve mettere il guinzaglio perché, ovviamente, il guinzaglio il cane non lo indossa, sta a mmare.
Il gentiluomo le urla contro parolacce affermando che la sua è un’intromissione in fatti che non la riguardano. Proprio così dice... ci credete? Vabbè! 

Parolacce, ovviamente, è un eufemismo; penso, tra l'altro che lui, della parola eufemismo con in se bello, abbia una dimestichezza minima.
Il simpatico tipo viene verso di noi camminando nell’aiuola continuando a dire parolacce alla signora, allora Silvana gli dice che la signora ha ragione; che il cane va portato con il guinzaglio proprio per evitare ciò che sta succedendo. Solo che lui il guinzaglio non lo mette al cane perché, evidentemente, non ha in animo di evitare che succeda ciò che sta succedendo ed inveisce anche contro Silvana.
A questo punto, io che non mi sto mai zitto gli dico che non è proprio il modo più adatto di rivolgersi a due donne, una anziana per giunta.
Vi dico quello che mi urla? No evito. 

Agita un pugno a fil di naso, il mio, quindi gli dico di calmarsi e che non mi deve aggredire.
Infatti lui parte con un pugno diretto al mio volto ma lo scanso e mi spinge.
A questo punto Silvana si mette in mezzo perché sa che sto soffrendo tremendamente a causa della schiena.
La moglie dell’energumeno che fa?
Spinge Silvana dicendole di non aggredire il marito.
Io metto il braccio in mezzo per cercare di evitare un’aggressione a Silvana.
Lui, urlando: Nun mette ‘e man ‘nguollo a muglierema! Mi sferra un cazzotto sul fianco destro e a me si piegano le gambe. Con le ginocchia, a peso morto, sbatto a terra secco. Il mal di schiena non mi permette una reazione veloce e lui comincia a prendermi a calci nel fianco e a darmi cazzotti in testa, inoltre, se vicino a me non c'è qualcosa a cui aggrapparmi, il rialzarmi diventa veramente un'operazione per la quale ci vorrebbe Manolo.
Solo una cosa riesco a fare, a trattenergli una gamba; non vedo Silvana e cerco di trattenerlo.
Non capivo che Silvana si era piegata su di me per proteggermi e si becca la sua dose di cazzotti.
All’ospedale di Minturno arriviamo intorno alle undici e mezza ma ci mandano a Formia dove arriviamo, in ambulanza, a mezzogiorno, ne usciamo, alle diciotto e trenta.
Risultato: ginocchia sbucciate; naso dolorante; escoriazioni sul volto, in vari punti; questo a me. Silvy? Un livido con le dita del tipo sul braccio destro e uno zigomo gonfio.
All’arrivo dei Carabinieri, chiamati da un buonuomo, Antonio (lo ringrazio) che assisteva al fatto, lui continuava a dirmi dolci parole che comprendevano il suo organo genitale e alcune parti del mio corpo e il fatto, che  venendo da Secondigliano, non era giusto essere trattato così.
Però, mi sono divertito, devo riprovare.
Ah! Dimenticavo, per cercare di guadagnare qualche attimo gli ho sfilato una scarpa e l’ho buttata a mare. Van Damme, mi fai un baffo! come butto le scarpe a mare io non lo fa nessuno.
Grazie a tutte le persone presenti che hanno compreso cosa stava succedendo e di volta in volta mi aiutavano, grazie ai ragazzi e alle ragazze de “Lo Scoglio” che ad un certo punto ho visto urlare al tipo alle mie spalle, per questo ho avuto l’impressione che mi stesse nuovamente venendo contro quindi, istintivamente, mi sono abbassato, invece, grazie a loro ha desistito. Grazie a Tobia, proprietario de “Lo Scoglio” che mi ha telefonato in ospedale per sapere come stavo.
P.S.: Ho scritto che il tipo è di Secondigliano solo perché è stata una sua affermazione, Silvana proviene dal quartiere adiacente, inoltre, Secondigliano, essendo il quartiere della persona che mi ha introdotto alle manificienze di Napoli (Gaetano) è, insieme a lui,  nei miei ricordi più belli di gioventù