giovedì 2 novembre 2017

Limiti e urla

Limiti e urla

La schiena mi da problemi da molti anni, cosa che, secondo le statistiche, condivido con il trenta per cento degli italiani ma, probabilmente, i confini geografici sono un limite solo dell’analista di dati di turno.
Non mi importa del dolore, stringo i denti, l’importante è alzarmi in piedi ma non ci riesco, cazzo, non ci riesco; non vado a lavorare giusto il tempo di disinfiammare la zona tra la T12 e la L1 tanto dopo posso recuperare, ovviamente a perpetuo nocumento delle vertebre testè citate.
Niente, stringo i denti, provo ad alzarmi ma il dolore entra come una lama rovente direttamente in quella che deve essere l’essenza del mio vivere, non c’è nulla da fare, resisto dritto (dritto è decisamente un eufemismo) due o tre secondi al massimo, ma giusto perché questo è il mio nome, e le ultime risorse le utilizzo per non crollare letteralmente a terra distruggendomi come una colonna di calici sovrapposti.
Ma io ho un’arma in più, si chiama Silvana, la donna che è tutta la vita che non sono io. Prende una coperta, mi ci fa sedere sopra e mi trascina fino in bagno, c’è chi usa il pappagallo ma il pensiero che dopo gli devi asciugare tutte le piume mi ha sempre fatto desistere.
Urla pazzesche a pochi civici da me, sono tre giorni che le sento, non sono urla da sciatalgia, no, sono urla di donna. Chiamo Silvana: le senti anche tu? Le domando.
Veramente non è la prima volta. Risponde.
Io sto in bagno e sento scattare la serratura del cancelletto che da sulla strada. E’ Silvana che si affaccia per capire da dove vengano quelle grida.
Rientra.
Non si capisce se arrivano da là o da là. Dice indicando prima a destra poi a sinistra.
Effettivamente, le tante case fanno rimbalzare tra loro suoni e rumori, tanto che a volte sembra che arrivino da direzioni opposte a quelle da dove veramente vengono generati.
Proviamo in un altro modo: Dice Silvy cercando una soluzione per tornare a letto, anche perché l’operazione di sedermi a terra per mettermi sulla coperta e, quella successiva per non rimanerci, a terra, se fosse una tortura farebbe emergere dalla memoria, non solo nome e cognome di tutti i bambini che frequentavano l’asilo con me, ma anche il nome delle loro mamme, dei loro cani e gatti nonché  soprannomi, luoghi di nascita, di tutti costoro e quali fossero le loro merendine preferite.
Il nuovo metodo che favorisca un’opportuna attività dislocatrice si chiama scannetiello. Abbiamo, infatti, uno sgabello (questo è lo stivalesco nome dello scannetiello) nel bagno che favorisce le operazioni di abluzione e asciugatura, senza contare il suo salvifico utilizzo da quando in quel del sud Pontino vi è una perdurante carenza d’acqua dovuta a…, vabbè questa ve la  risparmio tanto la conoscete. Lo scannetiello, dicevo, dentro alla cabina della doccia, fortunatamente ampia, sostiene una bacinella, in un’altra bacinella ci si posiziona per recuperare l’acqua con la quale, da un bicchiere, ci facciamo colare in testa, per poi utilizzarla a mo di sciacquone.
Non ho un cazzo da fare quindi divago, comunque lo scannetiello è alto quanto la tazza del cesso quindi trasferirmici sopra è abbastanza poco penoso, un po’ più lo è spostarmi in quanto non dotato di ruote ha la capacità di fermarsi ad ogni fessura di mattonelle che trova quindi, puntando i gomiti sulle ginocchia, ne alzo le zampe davanti e con il residuo di forze raccolto per non rimanere in bagno, mi trascino fino al letto sul quale salgo con dolori impressionanti e che perciò mi fanno ulteriormente fare santa Silvy, non voglio nemmeno pensare cosa avrei dovuto fare par salirci dalla coperta distesa a terra, sul cesso mi potevo aggrappare ma dal letto avrei tirato giù coperte, lenzuola e materasso e dormire sulla branda così come sto ora non è una delle mie massime aspirazioni.
Si sentono di nuovo le urla.
Vado a vedere se riesco a comprendere meglio da dove arrivino. Insiste Silvana.
Passano i minuti e non torna.
Chiamo i Carabinieri, lei sta gridando di essere lasciata stare e che lui se ne deve andare mentre lui la minaccia persino di ucciderla. Dice Silvana rientrando.
Vai di nuovo la, i Carabinieri li chiamo io, magari se chiami qualcuno riesci a trattenere la situazione prima che degradi ulteriormente. Le dico.
Si io vado, ma la c’è un capannello di persone, e se non suonavo al citofono dicendo a chi ha risposto che avrei chiamato i Carabinieri, le persone si limitavano a guardare la casa e a fare commenti, comunque, chiama che vado. Insiste Silvana correndo fuori. Chiama! Grida correndo.
Compongo il 112 e attendo maledicendo T12 e S1 che non mi permettono assolutamente di camminare.
Dopo pochissimi minuti  torna Silvy dicendo che i Carabinieri, ai quali fa cenni per far comprendere cosa sta succedendo e indicando loro dove stiamo di casa,. Attende che salgano nonostante la ritrosia di una donna che nel frattempo si è affacciata,  e torna dall’invalido marito.
Dopo pochi minuti arriva mia sorella Monica,con una bustina verdecrociata che ne evidenzia la provenienza, tutta roba da infilare nei miei glutei.
Carica la siringa, circa 5 cl. Ed è pronta per bucarmi, ma Silvy la ferma.
Tommasina ha detto che devi metterci anche il Bentelan e iniettare tutto insieme. 'ncasa
Vabbene. Dice Monica.
Vabbene ’sto cavolo penso io e manifesto questa mia titubanza: ma siete sicure che tutta quella roba ci va nella mia pacca.
Ci va, ci va. Dice con divertimento Monica.
Già per telefono avevamo riferito a Monica quello che sta  avvenendo qui vicino, nel frattempo era passata un’ora e i Carabinieri stavano ancora là.
Penso che con la nostra azione oggi abbiamo dato una nuova opportunità a due persone; ad una donna quella di non essere malmenata oltremisura, ambulanze non ne sono arrivate, e ad un uomo di ripensare a quello che stava facendo magari bloccando sul nascere qualcosa di irrimediabile.
"Tra moglie e marito non mettere il dito", diceva un vecchio adagio, ma era solo un modo per dire “fatti i cazzi tuoi”, salvo poi essere tutti bravi a rammaricarsi dell’ennesima violenza subita da una donna. Il fatto che non  fosse una semplice lite domestica è avvalorato dal lungo permanere delle Forze dell’Ordine.
Donne e uomini, limiti raggiunti in vari modi, dolori diversi, subiti e arrecati, e amore; quello mio per Silvana che ama me e lo ha dimostrato per l’ennesima volta; amore di sorella e Monica lo ha dimostrato per l’ennesima volta; amore mio per Silvana della quale non posso fare a meno e amore per Monica anche se mia ha bucato e, ahimè, sta tornando a bucarmi e mi bucherà ancora nei tre giorni a venire; amore per i vicini, che non conosco, che ci ha condotto a farci i cazzi loro, sperando di aver limitato per entrambi cose per le quali si sarebbero potuti pentire per molto.
Cose brutte e cose belle, limiti di dolore raggiunti, limiti di sofferenza oltrepassati, urla di disperazione che oltrepassano gli isolati e urla strozzate nella gola per una schiena che da anni non mi da pace.
Diventiamo sovrumani!
 

giovedì 8 giugno 2017

Distrazione

Un'avventura durata due mesi, forse, ha termine e da questa ho appreso molto.
Dalla presentazione di un progetto di Massimo Gerardo Carrese, "Alfabetario dei Luoghi", sono uscite parole sulle quali ho meditato fino a prima che scrivessi quello che segue.




Sono sparso sui vari strati dell'esistere.
Faccio tante cazzate perché, come spesso ripeto, non sempre raggiungo me stesso là dove sto in quel momento: a volte dovrei dedicarmi qualche ulteriore minuto, molti ne perdo per distrazione.
Consapevolezza, la raccomando ma non sempre seguo il sentiero che lì ci conduce, un sentiero tracciato da molti prima di me. Poi, l'indispensabile leggerezza anche da dedicare al vivere, mi fa alzare lo sguardo, e lui è più a destra, più  a sinistra. 
Le parole di un libro o di una fotografia, diventano l'iconografica mano posata sulla fronte del capo pellerossa, e, forse, lo ritrovo, lo torno a seguire.
Ritornandoci, però, tolgo un sasso, chiudo un buco, dopo passerà qualcuno che, seppur distratto, rischierà meno, ma pure questo forse è sbaglio, favorirà la sua distrazione, forse.
Domani alzerò lo sguardo senza distrarmi.
Domani.



mercoledì 24 maggio 2017

PUF!




Palline a gettoni.
Due manine, e un nasino, schiacciate su un vetro. E’ il vetro di una scatola colma di palline alle quali si può accedere inserendo un gettone. Trak! Trak! Ed ecco l’agognato oggettino.
Quelle due manine erano le mie da piccolo; è una situazione della quale non ho ricordi ma la immagino. Dopo un po’ quelle manine diventarono quelle di Marco e Franco; raramente ho effettuato quel trak trak (tranne che con una serie di palline matte) ma io e Silvana avevamo i caricatori dei baci e degli abbracci sufficientemente riforniti quindi li riversavamo sui ragazzi senza limite.
Quelle palline non servivano a nulla, non fornivano oggetti utili e, quand’anche l’utilità la si trovava, era decisamente effimera, infatti, quegli oggetti, finivano nel dimenticatoio nel momento stesso in cui si spogliavano per la doccia.
Quante macchinette a gettoni per palline, che a poco servono, abbiamo?
Sono troppi questi migranti, “non possiamo accoglierli tutti” però facciamo trak trak in continuazione. Ogni giorno ad ogni ora, coloro che qui vivono come appartenenti alla seconda generazione di migranti lo sanno e anche loro fanno trak trak ma, come sappiamo, le contraddizioni producono sofferenza e, costoro, vivono questa contraddizione in modo forte e violento quando, guardando la TV, vedono compaesani sbarcare da gommoni e quando, ascoltando la ggente, sentono che qual trak trak è più necessario dell’aiutare chi sbarca.
Avevo queste parole in mente da quando è scoppiato un bimbo a Manchester, vittima di quello di cui necessitiamo per fare trak trak, e scoppiando ha fatto saltare altri bimbi i quali genitori li hanno mandati con un trak trak ad un concerto dal valore effimero tal quale a palline a gettoni.
Aspettavo a mettere nero su bianco queste parole perché, nel frattempo, Trump era a dir stronzate nei Paesi arabi, ed ero in attesa di cosa si sarebbero detti lui e il Papa.
E’ andato a dire agli Arabi che bisogna fermare il terrorismo, (per inciso, pare che proprio quegli Arabi siano i principali finanziatori dell’ISIS in quanto arma utile contro altri arabi, ma non uguali a loro,) e per fermare il terrorismo gli ha venduto armi con una prima trance da un miliardo e mezzo di dollari.
Almeno dal Papa mi aspettavo un bel cazziatone a questo Donald. Macchè! Addirittura si è fatto prendere per il culo. Già, perché ricevere da Trump, come dono, alcuni libri scritti da Martin Luther King, per me, è proprio una vera presa per il culo.
Le bombe non ce le ha date un Dio cattolico, come non ce le ha date l’islamico  Allah ne, tantomeno, ce le hanno date i Sithkiniani  Annunaki, quelle armi ce le costruiamo da noi e, come massima manifestazione di masochismo le forniamo anche a chi, vivendo nei deserti, le fabbriche delle armi nemmeno le ha, o meglio, quelle poche, gliele bombardiamo per fidelizzare i clienti già acquisiti.
Vittorio Arrigoni diceva “Restiamo umani” e anch’io ho per un po’ adottato questo motto, ero sicuro del suo amore per adottare questa sua frase, ma ora sono più d’accordo con Bergonzoni e il suo “Diventiamo Sovrumani”.
Arriveranno nipoti e, quando metteranno le manine sulle scatole trasparenti colme di palline, farò trak trak perché anche gli omini che fabbricano le palline e quelli che ricaricano le macchinette hanno figli.
Però, guagliù, Diventiamo Sovrumani!



Ci sono parole
con le quali i giorni
mi prendono a morsi.

Puf!

Goccia di sangue
cade nella polvere
ma non dalle orecchie cade.


Puf!
Goccia di sangue
ancora cade nella polvere
del non fare.


Puf!
La polvere silenzia
quantità enormi 

di gocce di sangue.

Puf!
Quando
quelle gocce 
cadono in 
quella polvere
tolgono l'umano dall'umano.
L'importante, però, 
è non sentirle…
                                  …Puf!