lunedì 10 febbraio 2014

Via Pariani



Dal canale che passava sotto casa accedevamo alla fabbrica abbandonata Pariani.
Camminavamo dove si andava ad infilare sotto alle case fino a spuntare nel cortile oppure scavalcavamo il vecchio cancello.
Una volta dentro ogni ambiente ci vedeva a curiosare, da buoni malandrini andavamo anche sulla soffitta che era in comune con una palazzina all’inizio di via Alluvione.
In un punto della soffitta trovammo una botola, dava sul bagno di un’abitazione dove vivevano due persone anziane e, anche lì, "dispresi".
Ci portavamo appresso uno spago a quale attaccavamo un gancio che, calato nel bagno, veniva usato per far cadere e spostare oggetti. Lo spasso era nell’immaginare quei due poveri malcapitati alle prese con situazioni che non comprendevano, mai, infatti, bloccarono la botola dall’interno.
In un salone dello stabilimento trovammo un grande mucchio di tascapane militari, dentro c’erano vecchie maschere antigas, probabilmente facevano parte della dotazione di chi vi lavorava sarebbero state sicuramente usate in caso di attacco, nella sacca c’erano anche i filtri da avvitare e una scatolina con all’interno una piccola pezza e un tubetto di antiappannante. A pensarci ora si può comprendere il perché fossero ancora lì, sto parlando dell’inizio degli anni ’70 e a ben vedere la guerra non era finita da molto.
Nel nostro immaginario, quelle maschere le avremmo potute trasformare in subacquee, infatti ce ne portammo alcune, ovviamente il risultato fu catastrofico.
Prima del cancello, sulla destra, c’era un vecchio deposito del quale, a volte, lasciavano la porta aperta. Apparteneva al mobilificio Ranchini: figuriamoci se poteva sfuggire alle nostre visite. Dentro, una singola lampadina dava luce solamente alla parte comunque illuminata dalla porta aperta, nel resto del magazzino era difficile vedere qualcosa, magari un altro interruttore, da qualche parte, c’era ma non lo sapevamo. Vecchi specchi, parti di mobili, scatole colme di accessori e chiavi d’ogni forma, era meraviglioso.
Successivamente costruirono un nuovo stabile, dall’altra parte della breve stradina, accolse il mobilificio nuovo, anche quello era sede di nostri giochi, fu lì che mi piantai gli incisivi nel ginocchio. In quel cantiere le vittime furono i muratori che vi lavoravano. Ricordo che trovai del cemento fresco, ne presi una parte e la riversai in un paio di scarponi da lavoro, poi, con il manico di un badile li puntai addosso ad una parete che in quel punto sporcai con altro cemento.
Penso che fu quella l’occasione che mi rese scettico nei confronti del malocchio, se nemmeno il muratore che il giorno dopo ha trovato gli scarponi cementati al muro, ha colto nel segno, e sicuramente ci ha provato, vuol dire che il metodo non funziona. Ora rido di quei fatti ma se scoprissi adesso che un ragazzino fa di questi scherzi mi arrabbierei non poco.
Il canale, che li vicino si riversava nello Strona, faceva parte della nostra vita quanto le strade intorno alle nostre case. D’inverno, praticamente vuoto, vedeva il fondo coprirsi di neve, (il mostro non c'era, forse faceva troppo freddo anche per lui), questa ghiacciava quindi andavamo a cercare pezzi di plastica dal Gasparoli oppure scatole di camicie in qualche merceria e li usavamo come slitte, quando si consumavano troppo, eravamo belli stanchi da non cercarne altre.
Quando costruirono la rampa che permetteva di accedere al ponte militare che sostituì quello crollato a causa di una piena, lo fecero costruendo un terrapieno nel cortile del palazzo dove viveva il Luigino.
Anche la scarpata che si era venuta a formare fornì una discesa utile a scivolare con i cartoni, purtroppo il Pinuccio ne porta il ricordo procuratogli da un pezzo di vetro nascosto tra l’erba, la natica gli si aprì procurandogli una corsa all’ospedale.
Certo è che da ragazzini ne procuravamo parecchio di lavoro ai medici del pronto soccorso.


Davanti al marciapiedi del Gasparoli, il negozio di materiale elettrico dal quale compravamo i tubi di plastica per produrre le cerbottane, (era quindi anche armaiolo), c’era un marciapiedi che sulla destra si allargava un poco; in quel largo ci depositavano provvisoriamente gli scatoloni degli elettrodomestici venduti. Prima che il negozio alzasse le saracinesche per l’apertura pomeridiana, in mezzo a quegli scatoloni, ci nascondevamo in attesa che, dall’altra parte del muro, gli inservienti del laboratorio del Crola abbandonassero il posto di lavoro, per portare le paste nel negozio in via Marconi. Poi, come razzi, scendevamo giù per la discesa e arraffavamo più paste che potevamo. Molte volte i dolci li ho dovuti leccare dalla mano a più riprese, le tasche, infatti, non sono un contenitore molto adatto per meringhe e bignè, anche questa è una grande lezione di vita e, proprio per questo, quando oggi compro le paste, non obbietto affatto se me le mettono in un vassoio.
Capitavano anche giornate molto più calme, giornate dove la nostra voglia d’avventura veniva sostituita dalla passione che Massimo aveva per le marionette. A casa sua organizzava spettacolini per tutti i ragazzini della via. Suo padre lo odiavo, aveva trasformato l’unico prato in un  parcheggio dove una serie di box offriva alloggio a pagamento ad automobili laddove ci distendevamo a mangiare “pane e vino”. Di quell’erba acidula porto un ricordo ahime! irripetibile, dove vivo ora non c’è, al solo pensarla mi si forma l’acquolina in bocca.
Le giornate di pioggia spesso le passavamo in una sorta di granaio dove viveva la Cecilia, lei non usciva mai dal suo ghiaioso cortile, quindi noi le offrivamo la nostra solidarietà dandole compagnia, a ricordare bene, solo quando pioveva però; forse non era proprio solidarietà.
Del ponticello che scavalcava il canale per portare in via Alluvione, porto anche un ricordo brutto, una ragazzina di poco più grande di me, andò a sbattere con il manubrio contro il parapetto di ferro, una delle due maniglie gli si infilò nel fianco. Dopo parecchio tormento se ne andò lasciando sole le sue due sorelle gemelle che, anche se di un anno più grandi, (ah! quanto sono più grandi, a quell’età, quelli che hanno un anno in più), spesso facevano parte della banda di via Pariani.

Nella prima fotografia ci sono io in quello che era il prato che accolse le rimesse. Anno 1966/1967.
Nella seconda fotografia Marida e Carlo Gasparoli con la loro mamma. La fotografia è un dono di Marida. Anno 1964


venerdì 7 febbraio 2014

Da una vecchia fotografia - L'Albero sul quale mi arrampicavo


Googlemaps l’ho usato per cercar di trovare l’albero sul quale mi arrampicavo, a Gravellona molti ce n'erano, cachi, ciliegi e meli, ma quello di cui racconto aveva un posto particolare nei momenti di ricercata solitudine.
In fondo a via Alluvione, una sbarra bloccava l’accesso ad un prato nel quale, più o meno legalmente, riversavano rifiuti d’ogni sorta. Questo non ci fermava dall’esplorare tra gli scarti, ogni tanto si trovava qualcosa che incuriosiva.
Quel prato lo chiamavamo “ilpratolàinfondo”. Dalla sbarra in poi si allargava fino a che ti potevi, a destra, affacciare dall’argine sullo Strona. L’argine era costituito da enormi massi che rendevano la sponda liscia, ma trovavamo sempre qualche fessura alla quale aggrapparci per scendere, altri enormi massi, distribuiti alla rinfusa, fungevano da frangiflutti e tra essi pescavamo avannotti immergendo semplicemente una tanica nelle pozze. Si andava là anche perché il torrente, acchiappato un pallone sfuggito al controllo di chi giocava vicino alla riva, lo Strona lo metteva in una continua, frenetica rotazione laddove non trovava più la via verso il Toce. Io e il Luigino che in quanto a scaltrezza non ci batteva nessuno, scendevamo e ce ne impossessavamo, anche di più d’uno alla volta.
Sulla destra del pratolàinfondo, un muro fungeva da cortina, ci separava da una lunga fossa nella quale, la “Legatoria”, buttava gli scarti di lavorazione. Lavorando per una nota casa editrice, vi trovavamo interi fogli di figurine appartenenti alle varie collezioni, ci era sufficiente acquistare l’album e la collezione la finivamo velocemente, però, ogni figurina, prima di poter essere attaccata all’album, richiedeva un certosino lavoro di forbici, ma il tempo, a ben vedere, non ci mancava.
Dopo la Legatoria, una strada ripartiva verso sinistra fino ad incrociarsi con via Marconi, dirimpetto, dall’altra parte dell’incrocio si andava al vecchio stadio al di fuori del quale, enormi cataste di tronchi, attendevano il loro turno prima di entrare in una segheria. A volte lo spazio non era sufficiente quindi venivano accatastati a ridosso di un altissimo albero, ora in quel punto, se non erro, un megaparcheggio fa capire che di quell’albero non è che qualcuno si importasse molto.
Per me invece, diventava veliero. Usando i tronchi distesi uno sull’altro come fossero una scalinata, potevo arrivare ai rami più bassi e da lì andavo più su, sempre più su; sceglievo il ramo più comodo e, schiena appoggiata al tronco, facevo penzolare le gambe. Meraviglioso diventava quel veliero quando il vento si impossessava delle sue fronde, dondolava in modo che da terra era impercettibile, ma, lassù, le farfalle nello stomaco svolazzavano gaie fino a che non mi abituavo. Quando mi abituavo? Cercavo la stessa sensazione salendo ancora, e ancora, probabilmente, se avessi continuato a vivere a Gravellona sarei ancora lì a cercar di salire oltre. Ovviamente questo non è stato possibile: me ne sono andato e han buttato giù il veliero.
Quello che oggi si potrebbe mirare dalla coffa del veliero, guardando verso lo Strona, è ciò che si vede nella foto qua sotto, il resto lo risparmio a chi legge.

La prima volta che ho avuto a che fare con i Carabinieri è stato proprio nella fossa delle cartacce della legatoria. Io e Luigino, intenti a cercare cose utili, non ci accorgevamo che due Carabinieri arrivarono vicino a noi urlando un deciso e perentorio: Fermi! Solamente dopo  averli visti li scoprii indossare solamente i calzini, evidentemente le scarpe avrebbero prodotto quel rumore che solitamente mette in fuga i criminali.
Fermi! 
Col cavolo. Cominciai a correre, con una spinta da sotto aiutai a conquistare la sommità del muro a Luigi che era più bassino di me ma questo mi attardò quel tanto che bastava al sopraggiungere del militare.
Fummo condotti in caserma, il Luigi, infatti tornò lealmente indietro. Dalla caserma chiamarono mio padre Appena giunse, senza sentir ragione alcuna, mi mollò una papagna che ricordo benissimo. Scoprimmo solo successivamente che la presenza dei militari era dovuta ad una denuncia fatta dall’azienda per la scomparsa di alcuni scatoloni contenenti enciclopedie. I ladri avevano avuto accesso allo stabilimento semplicemente sollevando un lembo di lamiera che ne costituiva le pareti.
Venimmo ovviamente rilasciati, non senza la promessa di mio padre di una più severa sorveglianza nei confronti dei due monelli.
In un’altra occasione, quel luogo divento punto d’avventura.
Dall’altra parte di via Marconi, vicino alla “Pineta”, c’era una rivendita di materiale per l’edilizia.
Poteva mai quel luogo scansarsi la nostra visita?
Giammai. Una volta trovammo un blocco unico di polistirolo, mai più ne vidi in vita mia di così grandi.
Grande ma estremamente leggero, io davanti, Luigino dietro, appoggiato il blocco in testa arriviamo fino al torrente. Acceso un fuoco, con i tizzoni cominciammo a scavare il blocco, doveva diventare la nostra barca e lo divento, ma il metodo del fuoco per lo scavo venne abbandonato quando ci rendemmo conto che il polistirolo, bruciando, diventava duro e in alcuni punti, tagliente. Finimmo l’opera con bastoni e pezzi di vetro, nascondemmo tra i massi la barca ripromettendoci che il giorno dopo sarebbe stata campale.
Molti giorni passammo con quall’artigianale natante fino a che un giorno vedemmo dei pescatori che, montati sopra, arrivarono fino al Toce armati delle loro canne.
Non trovammo più la “barca”.
Alla fine del pratolàinfondo c’era un boschetto di robinie, una delle mete delle nostre giornate; nascosta tra gli spinosi, piccoli tronchi, c’era una baracca ma mai utilizzata, era un gabinetto puzzolente.
Altre ne costruimmo noi.
Al limitare del boschetto un allevamento di mucche e un campo di mais che, arrivato a quella maturazione che donava morbidi grani, diventava luogo ove far spesa. Alcune pannocchie, un fiammifero e un po’ di legna: altro meraviglioso modo di passare le ore.
Via Pall e gli scritti di Samuel Langhorne Clemens, raccolti in splendidi libri, io li ho vissuti.

A ben vedere, dall’età della ragione, ho vissuto a Gravellona Toce veramente pochi anni, mi domando:- Ma quanto erano lunghe quelle giornate? Trovavo anche il tempo di abbuffarmi di libri, sia quelli classici per ragazzi che quelli che leggeva mio padre, ricordo ancora oggi il primo libro da adulto che lessi: “centomila gavette di ghiaccio”, era più grosso di me come quelli di Leon Uris, ma con loro ho viaggiato il mondo quanto oggi si fa con googlemaps.

Da una vecchia fotografia

La foto ci ritrae in quinta elementare, sono nato nel 1962, per scoprire a quale anno risale, l'operazione aritmetica da svolgere è semplice.
La prima media mi piacque così tanto, ma così tanto, che volli ripeterla due volte.
Ricordo che il primo giorno di scuola della seconda volta che iniziai la prima media entrò in classe il professore di matematica, Di Caprio che avevo avuto l’anno precedente, dicendo a tutti che, anche se aveva acconsentito anche lui alla bocciatura, riteneva che fossi un ragazzo meritevole però, per il mio bene, era meglio che ricominciassi daccapo.
Va bene, non mi è mai pesato; altre cose presero il sopravvento sul mio desiderare le modalità del percorrere la mia esistenza.
Da quando ho ripreso i contatti con alcuni coetanei, lasciati più di mezza dozzina di lustri fa,  ho comunque compreso i danni arrecati ad un bimbo da una bocciatura, primo fra questi il cambio di passo con i coetanei fin lì frequentati.
Probabilmente se non avessi dovuto abbandonare i lidi dell’infanzia, il tempo perduto avrei fatto tempo a recuperarlo; felice di vivere dove sono ora mi crogiolo tra vecchie conoscenze utilizzando un social net-work.
Finalmente, dopo anni di ricerca, trovo grazie ad un caro amico, una fotografia di quando frequentavo la quinta elementare e con lei volti che nella memoria mai erano mutati, vantaggio dato a chi non rivede frequentemente le medesime persone.
Nella mia memoria, alquanto labile solitamente, Daniele Cazzoni e Andrea Zoni sono identici a come appaiono nella fotografia, chi, invece, ha avuto modo di osservare buzzi aumentare o alopecia contornarsi di grigio, la differenza la nota, eccome, tanto da non riconoscere amici e amiche.
Nella fotografia rivedo William Minuzzo: con dieci suoi fratelli era il compagno di giochi con la famiglia più numerosa. Con lui e alcuni suoi fratelli più grandi, passavo interi pomeriggi a sfrondare alberi che l’Oscar, a colpi d’ascia, aveva abbattuto. Noi due, più piccoli e di molto, più che una roncola non meritavamo, il buttar giù tronchi era forse ritenuto troppo pericoloso, mentre una roncola più che un’amputazione non poteva provocare. Nonostante la fatica, le ore passavano piacevolmente e non vedevo l’ora che ridiventasse pomeriggio per tornar nei boschi sopra Gravellona, verso Casale.
Rivedo, in quell’immagine, volti che appartenevano talvolta alla banda nemica, una banda di ragazzi che in talune occasioni meritava solo sassate per il solo motivo che erano “di là del ponte”, allora non sapevo, che anche noi “di qua del ponte” eravamo considerati “di là del ponte” e che per il medesimo motivo meritavamo analoghe sassate; era così che Maurizio, solamente perché abitava oltre lo Strona diveniva un “aldilàdelponte”.
Gli stessi ragazzi, più spesso, diventavano compagni giochi e di avventure lungo quello stesso torrente che li divideva solo  geograficamente.
Lo Strona, forse perché ci abitavo a ridosso, era il mondo che ci accoglieva quasi tutti i giorni.
D’estate accoglieva i nostri corpi in cerca di fresco, in un punto vicino casa, nella “lanca di bavagnoi” rallentava sensibilmente la sua frenetica corsa, tanto da formare una pozza. Attraversavamo i circa sei metri di profondo ristagno per issarci su una inclinata roccia che pareva nascere da sotto un muro di contenimento che, dall’altra parte, accoglieva cortili e case; sulla sinistra la roccia si impennava fino a raggiungere un’altezza, visto che eravamo tra i più piccoli frequentatori, sembrava irraggiungibile o dalla quale, comunque, non ci si poteva tuffare se non si diventava almeno giovanotti. Però, quando giovanotti si diveniva, la roccia diventava piccola e l’azzardo vero lo si poteva immaginare pensando di tuffarsi dal muro più in alto, cosa che puntualmente, con gli anni, si arrivava a fare per davvero.
Gravellona era terra di lucidatori di caffettiere, anche il mio quattordicenne fratello si cimentò in questa illuridente pratica; dopo il bagno post-lavoro, la famosa riga intorno alla vasca, era formata da una crosta spessissima. Per evitare questo, già ai primi caldi, Pietro e Bruno salivano sulla roccia per insaponarsi in un modo veramente elaborato, subito dopo, un bel carpiato li portava nell’acqua del torrente, sciacquandoli prima di una seconda intensa insaponata. Il problema lo avevamo noi più piccoli, primo in quanto l’attesa per il nostro turno di tuffi diventava veramente lunga, secondo perché quell’insaponata rendeva tremendamente viscido il punto di slancio, questo, ovviamente, non ci faceva desistere, anzi, faceva aumentare la quantità di adrenalina nel sangue, anche se solamente ora comprendo che era questa a far venire l’affanno senza aver fatto sforzi prima del tuffo, un eccitante prodotto del nostro corpo che è padre di tutti i gesti irresponsabili compiuti dai ragazzi.
In quel fermarsi dello Strona cominciai a bagnarmi sin da piccolo, in un’occasione un amico dei miei genitori, Jadis (si scrive così?), mi trasse da morte quasi sicura, letteralmente per i capelli; a mio padre l’acqua arrivava alla vita, il fatto che i miei fianchi fossero una quarantina di centimetri più in basso era una sottigliezza che non mi fece comprendere che anche la mia bocca fosse tanto più in basso, infatti, cominciai a bere e ad affondare fino a che, appunto Jadis, mi salvò.
Mai scorderò quelle giornate accompagnate da musiche che mangiadischi colorati riversavano nell’aria: “Azzurro” di Celentano era una colonna sonora fissa anche di schiumate fatte con la saponaria che arricchiva le sponde e di brocche d’acqua valorizzata da polverine all’arancia, spesso unico lusso alternativo alle bibite gassate di note marche, l’unico svantaggio dell’esposizione di quei liquidi, era dato dall’assalto dei tafani, insetti di cui occupavamo il campo, dal morso tanto doloroso da somigliare ad una martellata.
Una vecchia foto, quanto smuove tra le volute del cervello? Ho visto Franco che si faceva il bagno in un bacile perché l’antico gabinetto non prevedeva la vasca. Ho visto Pinuccio al quale somigliavo, più per la sporgenza d’ossa che per una similitudine di fisionomia, tanto che spesso ci scambiavano per cugini; ho visto sua sorella Cinzia che portandola sul portapacchi posteriore di una mia “Graziella”, ormai priva dei freni di serie ma fornita di un sistema rallentante dato dalla pressione delle mie scarpe direttamente sulla ruota. Non so se per mia imperizia o se per un azzardo monoruotesco, la mora sorellina di Pinuccio, scartavetrava con il mento alcuni metri d’asfalto tanto da doverglielo cucire (il mento, non l’asfalto), ricordo anche suo padre Ciro, ovviamente imbestialito, che dal suo balcone al primo piano mi urlava il suo disappunto gridandomi: “ma sei proprio un macaco”.
Poi vedo Andrea, abitava nelle case popolari di via Liberazione, sulla destra dopo il sottopasso della ferrovia, lui e la sua abitazione collegano i ricordi a Tonino e Gianni, fratelli casertani di poco più piccoli, Tonino era compagno di mio fratello Marco, anche loro abitavano in quel complesso; in quanto a “dispresi”, competevano sicuramente con me e il Luigino, all’Andrea  volevo un gran bene, in qualche modo il suo ricordo si collega alla Svizzera.
Altri fuoriescono da altre fotografie, fotografie nelle quali non avrei potuto esserci, non solamente perché non cacciavo la mia quotaparte per entrarne in possesso, ma perché ritrae ragazzi di altre sezioni o di altre annate, a quelle mi collegano ragazzi a me maggiormente vicini per età, mi lega mio fratello Marco, di poco più di un anno più giovane.
Con Walter poi, amici nemici costanti, trascorrevo giorni di spasso senza sosta alternati a litigi fatti anche di scazzottate, una in particolare ricordo, quando affermò di essere fidanzato di una nostra compagna e io, offeso più che mai, da quando avevo sei anni mi ritenevo l’unico “uomo” di tal donzella, presi questo fatto come un’onta grave assai, tanto che, avvinghiati a terra, non pochi sforzi fecero le maestre per separarci. Anche con il di lui cugino feci a botte, Giampiero: stavamo scavalcando contemporaneamente la stessa ringhiera quando, non ricordo perché, cominciammo a menarci con la mano libera mentre l’altra continuava a stringere la sbarra sulla quale ci stavamo arrampicando. Che spasso, e poi via a giocare a calciobalilla, magari formando la medesima coppia.
In via Marconi, subito dopo il negozio di frutta del Walter, c’era una prato che, all’improvviso, un giorno accolse camion e ruspe. Dovevano scavare un fosso che avrebbe accolto le fondamenta di un costruendo palazzo; ci andarono a vivere, una volta ultimato, tra gli altri, la Gabriella e il Severino nonché il dentista che un ossimoro ospitava nel cognome, si chiamava infatti Caramella, già il nome faceva venire le fitte da carie, ma tant’è.
Sui bordi dello scavo si andava accumulando la terra di risulta, quale campo di battaglia migliore si poteva presentare per i nostri giochi? Si cominciava con il tirarsi, senza alcun riparo, piccoli grumi di terra, si arrivava poi a tirarcene di più consistenti fino a che, qualcuno colpito in modo particolarmente preciso, si chinava per trovare proiettili più consistenti di quelli friabili fin lì usati, e i sassi, erano sicuramente più consistenti, infatti procuravano lividi e bernoccoli degni di nota, nonostante, a quel punto, quei cumuli, ci offrissero riparo, i tiri ad ogiva raggiungevano il bersaglio dall’alto
Antonio invece, anni dopo lo trovai a gestire una pizzeria, destino che per un po’ lo accomunò a Pietro che pure lo vedeva impastare pizze in famiglia. Pietro, dopo tanti anni, grazie ad internet, lo portò a diventare la guida di mia moglie e me; durante una vacanza con lui concordata, insieme a sua moglie Cinzia ci accolse come se fossimo stati parenti dai quali mai si era staccato.
Daniele poi, più grande e più grosso di tutti noi, era tanto imponente quanto buono, per quanto un bimbo possa essere imponente, eppure, ai nostri occhi lui era grandissimo.
Miranda? Una spilungona, ci sovrastava tutti di parecchi centimetri, Competeva solamente con Patrizia, una moretta “dilàdelponte” mentre Lorena era una carina bimba molto, ma molto magra.
Doriana viveva nello stesso condominio dove abitava il Luigino, il mio più caro compagno di giochi e scorrerie. Biondina e simpatica, veniva dal veneto e non sarebbe riuscita a celare questa sua provenienza nemmeno impegnandosi, l’inflessione che  aveva il suo parlare era alieno a noi quanto quello di uno straniero: solo a scuola si parlava in italiano, fuori si usava il dialetto o, quantomeno, un modo di proferire le parole decisamente caratteristico, come caratteristico è ogni parlare in Italia; bastano pochi chilometri, a volte metri, per parlare lo stesso dialetto ma in modo diverso.
Luigino. Meriterebbe un libro solamente il descriverlo. Non eravamo nella stessa classe, penso addirittura che questo non fosse affatto casuale; il tenerci distanti, almeno durante le lezioni, ha prolungato l’esistenza stessa del pianeta, allora però, la ritenevamo un’ingiustizia.
I  pomeriggi, che fossero invernalmente brevi o colmi del sole d’estate, ci vedevano comunque inseparabili; i compiti non erano un problema, o non li facevamo oppure li svolgevamo in modo scelleratamente superficiale, importante era correr per prati o scivolare sulla neve (allora era abbondante). Con il suo piccolo Rocki, incrociavamo ogni via e ogni vicolo di Gravellona, di qua e di là del ponte; in via Stampa o a Pedemonte; Santa Maria o Canton w, nessuna zona del nostro amato paese era esente dalle nostre marachelle. Frutta rubata, visite a cantieri di case in costruzione, cantine e garages incustoditi, tutto era luogo d’avventura.
Porto ancora molte cicatrici di quel tempo, una serie me la procuraria scendendo con la slitta dalle parti di Pedemonte, nei pressi della casa di un’altra numerosa famiglia, di questa il mio coetaneo era Maurizio. Ebbene, con Luigino salivamo per una strada priva d’asfalto per poi scivolare verso la strada che si trovava più a valle; forse a causa della fatica prodotta dalle ripetute salite, il controllo della slitta mi divento ad un certo punto, difficile. Ad una curva uscii di strada cadendo al di là di un reticolato posto sulla destra.
Una frazione di secondo e mi trovai a testa in giù, sullo scosceso pendio, una gamba avvolta dal filo spinato che, non so quanto provvidenzialmente, fermo il mio cadere lasciandomi, a imperituro ricordo, piccole cicatrici di fori intorno al ginocchio. Me ne accorsi solamente arrivato a casa, spesso quando mi facevo male, a casa dovevo scollare il pantalone dalle ginocchia o la camicia dai gomiti, quella era semplicemente una tante.
Un’altra occasione per cui mi dovetti scollare il calzone dal ginocchio, fu quando, buttandoci dal balcone di un palazzo in costruzione, usavamo  come ammortizzatore un cumulo di sabbia che sarebbe dovuto finire in una betoniera per diventar cemento. Cosa successe? Il continuo saltare, ad un certo punto, spianò quasi completamente quella montagnola, limitando sensibilmente la sua salvifica presenza, tanto che i miei incisivi si piantarono nel medesimo ginocchio di cui sopra. In quell’occasione il danno fu grave: i denti davanti diventarono mobili e dondolavano avanti e indietro quasi senza ancoraggio, mentre il ginocchio, colmo di invasivi batteri di cui solitamente poco mi curavo, presero il sopravvento procurandomi un’infezione che gonfiò come un pallone la maltrattata giuntura. Molti giorni passai a letto, con interminabili impacchi di acqua e sale, evidentemente gli antibiotici offrivano un riparar troppo lento, qui intervenne l’esperienza, più empirica che medica, dello Zilocchi che, oltre alle iniezioni, mi impose quest’altro supplizio.
Sul Toce, dove ora insiste lo svincolo dell’autostrada che ha portato alla ribalta la nostra città, (famosa è ormai, alla radio, la descrizione di ciò che avviene sulla “Genova, Voltri, Gravellona Toce”), c’era una cava di sabbia estratta dal fiume dove i cumuli, formati dai camion che man mano vi salivano, raggiungevano altezze ragguardevoli. Li salivamo e, prendendo adeguata rincorsa, ci tuffavamo lungo la sciara, obiettivo? Volare il più a lungo possibile. Si facevano salti di parecchi metri, l’atterraggio era comunque morbido, a volte si affondava nella sabbia con tutte le gambe, ci si liberava faticosamente e altrettanto faticosamente si risaliva la china fino a conquistar la vetta per un nuovo volo. Quando si tornava a casa svuotavamo mutande, scarpe e tasche da chili di sabbia, negli anni avremmo potuto accumulare una denuncia per appropriazione indebita, ma quei salti, insieme alle risalite, nonostante ci facessero produrre acido lattico da non sentir più le gambe, erano quanto più vicino al volo umano fosse possibile. Impagabile anche il solo ricordarli.
Di quella foto ricordo anche Saverio, abitava lungo via Liberazione, quasi a giungere a Pedemonte, se non sbaglio, proprio nell’interrato di quel condomino, presi il primo contatto con il mondo della grafica. Mio padre realizzava disegni per quelle che dovevano diventare matrici serigrafiche e sotto a quel palazzo c’era una serigrafia, appunto, dove realizzavano anche fustelle. Ora ho un’azienda che fornisce servizi alle tipografie, tra questi servizi vi è anche il fustellare.
Si passa poi oltre il margine della fotografia cadendo in altre e in altri ricordi, chissà se avrò l’opportunità di vedere una che mi ritrae con la prima classe con la quale frequentai la prima media.
Applicazioni tecniche era insegnata con la distinzione di genere, antico rimasuglio di una separazione, nelle scuole, tra maschi e femmine: il Violini era il prof dei maschi mentre la Rocca insegnava, se ricordo bene, economia domestica o qualcosa del genere, alle femmine.
C’erano poi la Tartarini di francese e una certa Clelia, di cui non ricordo il cognome ma ricordo che era ligure, insegnava italiano e latino. Il già citato Di Caprio era il mio preferito, ricordo la bella persona e la sua materia, matematica. Altri non me ne vengono in mente se non la Visentini, insegnante, nella seconda prima media, di italiano il latino diventò materia facoltativa proprio in quell’anno, aderimmo come volontari solo io e mio fratello, non per eccesso zelo ma su indicazione di nostro padre: finimmo non classificati, il fatto che fosse volontaria la frequenza non incise sul risultato finale. Nota era la frase di rimprovero che ripeteva la Visentini: “Taci tu e pensa ai fatti tuoi che già son tristi”.
Di quella prima, prima media ricordo Franco, un ragazzo di Granerolo, un piccolo paese al quale si giungeva, oltre che deviando dalla statale che porta ad Omega, anche percorrendo anche una strada di montagna che partiva dal “Motto” e che entrava in paese in modo inaspettato, almeno per me quando la percorsi la prima volta.
Un giorno, nel cortile, forse dopo una caccia ai maggiolini, mi avvicinò Elena con l’esposizione della  sentenza di un’espressione di voto nata tra le ragazze: ero stato eletto il ragazzo più bello della scuola, non voglio entrare nel merito di tale giudizio, si trattava comunque di ragazzi poco più che decenni, però essendo successo in presenza di altri compagni, la vergogna mi travolse tanto da vedermi diventare rosso fuoco. A me sarebbe bastato che questo giudizio giungesse da una ragazza in particolare, essendo lei già in terza media, era molto ma molto più grande, quindi, irraggiungibile.
Altro non ricordo ma sono convinto che se vedessi altre fotografie di quell'epoca e di quelle classi, riuscirei a costruire altri collegamenti.
Attendo.


















venerdì 11 ottobre 2013

Appoggiato ad un bastone

Ho letto:
Ma perché solo i paesi così detti CIVILI...si devono sempre calare le braghe...il reato di clandestinità esiste in tutto il mondo!!! ! noi dobbiamo essere un'eccezione??? Spiegatemi il perché per favore...

Secondo me, laddove per giungere clandestinamente in un paese, basta percorrere a piedi il punto di confine, è giusto regolamentare questo movimento appunto per la semplicità d'agire e anche in quanto più semplice porre dei punti di controllo. Se per entrare nel paese in questione, invece di percorrere una normale strada con un normale posto di controllo, passi attraverso campagne e sentieri secondari, sai che stai compiendo un illecito quindi, sai di sottoporti al giudizio di chi gestisce le regole del paese in cui vuoi entrare.
Per quanto riguarda l'Italia, di clandestini che cercano di entrare attraverso le Alpi ce ne sono talmente pochi che non sarebbero nemmeno un problema da regolamentare in modo particolare.

Ragazzi che vivono guardando i propri animali, in mezzo ad una savana, con un piede poggiato sul ginocchio dell'altra gambe, sostenuti da un bastone al quale stanno praticamente appesi con entrambe le mani; che vedono lo scheletro degli animali che custodiscono a causa del poco nutrimento e della disidratazione dovuta all'inquinamento della poca acqua a disposizione. Inquinamento dovuto dallo sfruttamento di miniere perpetrato da occidentali senza scrupoli che nel proprio paese quelle stesse metodologie di estrazione, per quanto ben remunerative, non le adotterebbero nemmeno se costretti perché consci del danno che arrecherebbero. 

- In Europa cercano ragazzi volenterosi come te, che ci stai a fare qua, se riesci a procurarti duemila dollari ti ci porto io. Disse un tizio che si era fermato con un fuoristrada, un attimo, il tempo di rinfrescarsi un po’.
- Ma io dove li prendo duemila dollari, per me sono troppi.
- Ma che ne sai! Gli europei per venire in vacanza qua spendono più di quattromila euro, io con la metà dei soldi ti faccio fare lo stesso viaggio.
Quel ragazzo, a questo punto, torna al villaggio e racconta che un uomo gli offre l’opportunità di andare in Europa e che se lo fa veramente, una volta giunto là, guadagnerà soldi abbastanza da mandare a casa, tanto senza molte pretese è comunque la sua vita, quindi, riuscirà a risparmiare molto.
L’intero clan, se non tutto il villaggio, racimola il denaro necessario.
Il ragazzo parte, cominciando il viaggio nel cassone di un camion che, dando le spalle al villaggio, si infila perpendicolarmente nel deserto. Durante il viaggio che gli è stato detto durerà poche ore,  raggiungerà la tale oasi dove potranno sistemarsi meglio.
Le ore passano e l’oasi nemmeno si avvista, qualcuno dei passeggeri comincia ad indispettirsi, l’arsura e la sete non favoriscono in tutti la calma, vien chiesta una sosta. Durante la fermata alcuni passeggeri discutono con l’autista e con il suo compare. La discussione si fa rissa, esce una pistola da una tasca e parte un colpo. Silenzio.
L’autista urla: E adesso non mi rompete più il cazzo altrimenti vi lascio tutti qua, salite in quel cazzo di cassone che ce ne andiamo.
Il ragazzo sale sul camion e, seduto sulla sponda, guarda indietro, l’orrore di quel corpo sporco di sabbia rossa, che ancora muove spasmodicamente un piede non è sufficiente a fargli pensare di ripercorrere a ritroso, e a piedi, le ore e ore di strada percorse a bordo dell’autocarro.
- Però, veramente ha esagerato ad incazzarsi così con l’autista. Pensa
Ancora ore di camion e l’acqua che qualcuno si è portata appresso sta finendo, se si pensa che molti nemmeno se la sono portata, il problema diventa veramente grandicello; poca acqua, tante persone, troppo caldo.
Uno batte forte le mani sulla cabina del camion con l’evidente intenzione di farsi notare dall’autista, il ragazzo che sta seduto nel cassone vicino a lui ha la bava alla bocca e degli occhi si vede solamente il bianco.
Il camion si ferma, l’autista, con una grossa chiave ricurva già in mano e con un atteggiamento che poco sembra pacifico comincia ad urlare, il ragazzo che batteva sulla cabina urla qualcosa.
L’autista continua ad urlare e dice a chi l’ha chiamato di scendere insieme a quello che sta male.
Scendono.
L’autista risale e riparte, nemmeno aveva spento il motore, il ragazzo sceso si aggrappa allo sportello e il compare dell’autista gli schiaccia, contorcendosi sul sedile, le dita che lo tengono attaccato all’unico mezzo che lo può portare fuori dal deserto.
- Non ti preoccupare, tra poco passa un camion più vuoto. Grida l’autista.
Il ragazzo seduto sulla sponda si gira nuovamente per guardare i due rimasti a terra, quello che sta male disteso a terra, quell’altro piegato, con le mani sulle ginocchia e con un evidente fiatone, ha lo sguardo puntato sui propri piedi, rassegnato.
Il ragazzo giungerà sulla riva del mare dove deve prendere la nave che lo porterà in Europa.
La nave non c’è, nemmeno riesce a vedere dove potrebbe attaccare, mai ne ha vista una dal vero me gli riesce impossibile immaginare che possa attraccare direttamente sulla spiaggia.
Cerca di dissipare questi dubbi domandando al compare dell’autista, che nel frattempo è scomparso, chiedendogli quando arriva la nave e come farà a salire a bordo.
- La nave arriva tra qualche giorno e si salirà a bordo raggiungendola con delle barche.
- Ma come qualche giorno? E nel frattempo che faccio? Dove vado a dormire e a mangiare?
- E che ne so io. Risponde l’altro. Sono cazzi tuoi. Insiste.
Ha cento dollari in tasca, nel suo villaggio l’intero capitale annuale di un’intera famiglia, quindi, sicuramente, qualche giorno lo riesce a scampare. Pensa.
Entra in un locale per mangiare una pietanza locale e per bere una bibita gassata. Quindici Euro gli chiedono.
- E in dollari?
- Uguale! Vabbè dammene tredici.
Rimangono ottantasette dollari. Pensa.Praticamente, mi sono mangiato, in un solo scarso pasto,  un mese del denaro che un’intera famiglia, al suo villaggio, ha a disposizione.
Arriva la nave, alcune barche si avvicinano alla riva, i rematori saltano in acqua e si avvicinavano alle persone in attesa dell’imbarco.
Il ragazzo sale su un barca.
- Dieci euro. Dice il rematore.
- Ma io il viaggio già l’ho pagato!
- A me nessuno ha dato niente. Risponde il rematore.
Il ragazzo scuce un altro mese di denaro che al suo villaggio un’intera famiglia ha a disposizione.
Si accostano ad una scaletta posta di traverso sul fianco della nave, le barche giunte dalla spiaggia, in una tumultuosa processione si alternano per far salire i propri passeggeri mentre chi, della nave, sta sulla scala per regolare gli imbarchi, butta a mare una persona ogni due o tre.
Il ragazzo cerca di capire, domandandolo al proprio rematore, cosa sta succedendo.
- Sicuramente non hanno i soldi per il viaggio. Risponde.
Rincuorato che non potrà succedere a lui la medesima cosa, comunque preso da un avvilimento sempre maggiore, vede le persone in acqua nuotare verso la riva, maldestramente, trascinando i pochi bagagli che vorrebbero affondare.
Finalmente tocca a lui.
Sale sulla scaletta e l’uomo che vi sta sopra tende una mano mentre con l’altra fa il gesto che internazionalmente vuol dire:
- Caccia i soldi.
Il ragazzo dice che sta tutto a posto, lui, il viaggio, già l’ha pagato a quello del camion.
- OK! Dice il tipo. Qua abbiamo un altro furbo.
- No! Ma quale furbo! Io il viaggio l’ho già pagato.
- Ragazzo tu hai pagato per un passaggio su un camion, ti sembra un camion questo. Dice incazzato indicando la nave. O scendi da te o ti butto a mare io.
Il ragazzo risale sulla barca.
Il rematore, allungando la mano dice: - Dieci dollari.
Rassegnato capisce l’antifona e pensando al denaro di tre mesi che una famiglia, al suo villaggio, ha a disposizione, lui li ha spesi in due giorni, l’intera vita gli passa davanti agli occhi, come a chi sta annegando o comunque sta vivendo gli ultimi istanti della propria vita.
Il suo piede destro appoggiato al ginocchio sinistro. L’ombra di una sfogliata acacia. Appeso con entrambe le mani ad un bastone un po’ più alto di lui.
Giunge a terra e pensa ai sessantatre dollari che gli sono rimasti e cerca di fare un calcolo di quanti giorni potrà mangiare. Pochi.
Entra in un bar e chiede a uno che ha proprio l’aspetto di un traghettatore del deserto, camionista, se sa quanto costa il viaggio in nave.
- Mille dollari, conosco uno che organizza questi viaggi, hai i soldi.
Il ragazzo si gira mentre il tipo butta la mano indietro sopra la testa dicendo:- Ma va! Va!
Va dal barista e pronunciando il nome del proprio villaggio chiede se sa quanto tempo ci vuole per raggiungerlo.
- A piedi. Dice il barista ridendo e guardando con tono di sufficienza il collega dietro al banco.
- Si, a piedi, sono un buon camminatore, io.
- Un mese. Un mese e mezzo se conservi per tutto il viaggio la forma fisica che hai in questo momento, altrimenti, se questa forma non la conservi, dipende da quanto resisti e comunque, non penso che riesci a raggiungerlo. Continua prendendo un’espressione sinceramente seria.
- E se lo faccio con un camion quanto mi costa il viaggio?
- Quanti soldi hai? Domanda il camionista al quale aveva chiesto informazioni.
- Nove mesi di denaro che un’intera famiglia, al suo villaggio, ha a disposizione. Risponde rassegnato il ragazzo.

lunedì 7 ottobre 2013

Un polentone a Minturno


Non era la prima volta che entrava nella stazione di Milano, era la prima che lo faceva da solo; riempiendola con tutta la famiglia o con qualche suo componente, si rimpiccioliva. Solo, si sentiva piccolo, le volte di vetro e acciaio erano per lui appena un poco più basse del cielo, lontano, gli archi si aprivano sull’infinito come se stesse guardando da dentro un’astronave con i portelloni aperti.
Il treno lo avrebbe portato giù, raggiungeva luoghi da dove provenivano tanti suoi compagni di scuola e dove andavano ogni estate, tornando a riempire le ottobrine aule con abbronzature che a Gravellona era quasi impossibile raggiungere.
Doveva andare  dal padre da poco trasferito: traversie familiari lo allontanarono; il lavoro lì lo aveva accolto. Dopo alcuni mesi l’intera famiglia seguì la strada tracciata dal quindicenne radunandosi nuovamente, anche se per pochi anni ancora, le traversie ritrovarono il passato vigore disperdendo nuovamente i vari appartenenti, anche nei sui componenti più piccoli nel frattempo cresciuti.
Minturno? boh! dove sarà mai?
Gli dissero: - E’ vicino a Gaeta.
Vabbè! Ma Gaeta dov’è?

Si,  sul mare, questo lo sapeva, la metteva sempre tra le Repubbliche Marinare salvo accorgersi poi che il conto arrivava a cinque, portandolo a nominarle nuovamente nella memoria e, dopo averle abbinate ai relativi stemmi, Gaeta rimaneva esclusa.
I suoi quindici anni avevano visto il mare solamente a Iesolo, con la nonna Afrodite e a Genova dove il padre doveva farsi visitare da un oculista l’occhio che più non aveva a causa di un maldestro affaccendarsi, aveva, di questo, il rosso ricordo di un bimbo di due anni.
Ore di treno e giunge a Roma; la città visitata in precedenza per andare a trovare zii paterni già era molto lontana da Gravellona ma il viaggio ancora non terminava, anche in quell’occasione vide il mare, a Ladispoli.
- Devi scendere a Formia, a Minturno non ferma. Gli fu detto
A Formia giunse che da poco le rotaie lo fecero avvicinare al mare come se tutti i settecento chilometri li avesse percorsi perpendicolarmente ad esso e non lungo la stivalesca costa.
Il padre era là ad aspettarlo, con una vecchia Mini bordeaux, da lì raggiunsero un mini appartamento sul retro di un albergo allora abbastanza malridotto, in una località ove oltre già non è più Lazio. Oggi, quell’albergo, non assomiglia più a quei ricordi, e vi giunge dopo una quindicina di chilometri percorsi con bocca e occhi spalancati dallo stupore dato dalla bellezza dei luoghi. Da allora cominciò a capire che bisogna apprezzare i propri luoghi anche se appartengono alla normalità.
Davanti all’albergo l’Appia, e dall’altra parte, ruderi che non comprese fino a che non li mise in relazione con ciò che gli avevano raccontato i sussidiari e i libri di storia. Un anfiteatro romano, praticamente intero, vero, circondato da un parco archeologico, vero; una piccola Pompei, vera.
Quel quindicenne, crescendo, girò non poco; la sosta più lunga a Cellole, una dozzina di chilometri più a sud.
Per arrivarci bisogna attraversare un ponte, dal quale, affacciandosi, se ne scorge un altro, borbonico, allora se ne potevano scorgere solo le colonne che sostenevano le catene che tenevano sospesa la parte percorribile, oggi anche questa ricostruita, non utilizzata per il traffico normale ma vero. Entrambi scavalcano un confine dalle molteplici peculiarità; confine tra de comuni, due province e due regioni nonché tra Italia del nord e Italia del sud e, durante la seconda guerra,  confine tra occupanti e liberatori, prendeva il nome di Gustav ma che in realtà già si chiamava Garigliano.
Quel ragazzo ora vive a Minturno con la moglie e due figli da vent’anni e più, vi giunse per una scelta fatta con la compagna. Proprio lì volevano far crescere i figli, a due passi dal mare, a due passi dai monti e lì i figli sono cresciuti, in piazza dell’Annunziata, dove le ringhiere ancora portano i segni della guerra ma dove in pace si sono fatti grandi giocando.
Più sopra c’è Traetto, la parte medioevale del paese; più sotto c’è Minturnae, la parte due volte millenaria.
Minturno, duemila anni di pensieri e fatti hanno accolto quel quindicenne e che gli hanno dato terra per radici che di anni ne hanno cinquanta e più ormai.

I figli, nel parlare,  hanno la cadenza di Minturno ma una propria ne stanno cercando. Stanno cercando la loro Minturno e questo, grazie a Minturno, che si versa sul mare, che si apre al mondo.

giovedì 19 settembre 2013

Un Indovino ci disse - il film - comunicato stampa

Serata di raccolta fondi per sostenere la produzione del film
tratto da Un indovino mi disse di Tiziano Terzani
Minturno (LT)
Sala Consiliare (Casa Comunale di Minturno)
mercoledì 25 settembre 2013
ore 21.00


Il programma della serata prevede proiezioni di filmati, tra cui parti di Anam il senzanome e Anam Atto II, letture di brani tratti dai libri di Terzani e musica suonata dal vivo.
L'idea è quella di ripercorrere insieme la vita di Terzani e, in particolare, il viaggio nel cuore dell'Asia, raccontato in Un indovino mi disse, un viaggio che, per lo scrittore, è stato tappa fondamentale di un percorso di trasformazione da corrispondente di guerra a uomo di pace.
Nel corso della serata il regista Mario Zanot presenterà il progetto del film tratto da Un indovino mi disse.
Sarà un viaggio virtuale laddove la vita di Terzani si è intersecata con i più importanti avvenimenti internazionali della seconda metà del ventesimo secolo fino all’inizio del ventunesimo. Un intresecarsi dovuto, si dal mestiere svolto dal nostro autore che da cronista spediva gli articoli al giornale tedesco per cui lavorava, "Spiegel", ma anche da un suo voler comprendere l'uomo fuori e, soprattutto, dentro.
Gli intermezzi musicali saranno eseguiti dalle Facce Toste (voce, chitarra e flauto), le letture a cura degli Amici del Libro Biblioteca “Luigi Raus” e dell'Associazione i Presìdi del Libro.
La serata sarà arricchita da una mostra fotografica tra nuove e vecchie immagini di Minturno e frazioni, curata da Amedeo Russo del Comitato Premio Dragut Minturno. Verranno inoltre esposte fotografie di Simone Palladino, opere di Elisa Jane Pedagna e di Giovanni Colangelo e oggetti realizzati in legno d'ulivo dal Cucchiarellaio Matto.
All'evento parteciperanno anche Emergency Formia e Amnesty International Formia.
Ingresso libero con possibilità di donazione a sostegno del progetto.
L'iniziativa gode del patrocinio del Comune di Minturno.
Il progetto cinematografico in generale
A fine dicembre è stata lanciata sul web la campagna di raccolta fondi per realizzare un film da quello che è forse il libro più amato di Tiziano Terzani: Un indovino mi disse.
L'idea è del regista milanese Mario Zanot, documentarista e visual effects supervisor, che ha collaborato, tra gli altri, con Giuseppe Tornatore e Nanni Moretti.
Zanot incontra Terzani nel 2004 per girare Anam il senzanome, l'ultima intervista rilasciata dal giornalista-scrittore, poco prima della sua scomparsa.
Sono passati nove anni da allora e si sente ancora forte la mancanza del suo messaggio di amore per la vita e di ripudio della violenza.
Il film Un indovino mi disse ripercorrerà il viaggio di Terzani alla scoperta del cuore magico dell'Asia, un viaggio che il giornalista fece nel 1993, spostandosi senza mai prendere aerei.
All'apice della sua carriera infatti, in crisi umana e professionale, per cercare di salvarsi dalla depressione, Terzani si aggrappa alla profezia di un vecchio indovino di Hong Kong: ricordati, nel 1993 non devi volare, perché corri un gran rischio di morire. Quella maledizione si trasforma per lui in una benedizione, un’occasione per reinventarsi la vita.
In bicicletta, nave, pullman, a piedi, Terzani parte verso l’Asia più misteriosa per un reportage sugli indovini, che gli farà incontrare personaggi picareschi, eroici, tragici. In quello stesso anno,  l'elicottero sul quale sarebbe dovuto salire cade. Un caso? Al di là della sua veridicità, la profezia lo aiuta a trovare una nuova dimensione umana e spirituale.
Un indovino mi disse sarà girato tra Vietnam, Laos, Cambogia, Birmania e Thailandia.
La sceneggiatura - a cui ha collaborato anche Angela Staude Terzani - è già pronta e alcuni partner stranieri hanno mostrato vivo interesse per il progetto. In Italia, dopo il rifiuto dei grandi produttori,  il regista Mario Zanot, convinto che il ricordo e il messaggio di Terzani siano vivi ancora oggi, ha deciso di rivolgersi direttamente al pubblico per finanziare, almeno in parte, questo progetto.
È stata proprio questa scelta ad attirare l'attenzione di una casa di produzione emergente - Lion Pictures International - che ha presentato questo progetto cinematografico all'ultimo Festival di Cannes, in cerca di co-produttori.
Andando su www.unindovinocidisse.it è possibile dare il proprio contributo alla realizzazione del film, versando pochi euro ma anche cifre più alte. In cambio si ha diritto a una ricompensa.
Ad esempio chi sceglie di versare 50 euro vedrà il proprio nome nei titoli di coda del film, donando 100 euro si potrà ricevere a casa, su card usb, il film Anam il senzanome Atto II, le immagini inedite ed esclusive dell'ultima intervista a Tiziano Terzani, dando un contributo superiore ai 150 euro si avrà diritto inoltre a una copia della sceneggiatura, autografata dal regista e dagli attori.
Per promuovere il progetto sono in programma iniziative in tutta Italia, durante le quali ripercorrere insieme la vita di Terzani, corrispondente di guerra, viaggiatore e uomo di pace.
I soldi donati dagli utenti del web e quelli raccolti durante questi eventi andranno ad affiancarsi al finanziamento della Lion Pictures International e a quello dei partners stranieri, per coprire il budget complessivo del film che si aggira intorno al milione e mezzo di euro. L'obiettivo è quello di uscire nelle sale nel 2014, in occasione del decennale della morte di Terzani.
Una parte degli incassi del film verrà devoluta a Emergency, per l’ospedale di Lashkar-gah in Afghanistan, intitolato a Tiziano Terzani. Si tratta di un centro chirurgico in cui il 60% dei pazienti ricoverati è curato per ferite di guerra causate da bombe, mine antiuomo e pallottole e dove un terzo dei pazienti ha meno di 14 anni.
In ogni caso, se la cifra raccolta attraverso il finanziamento popolare non dovesse essere sufficiente a garantire la produzione del film, l’intero importo, tolte le spese documentate, verrà devoluto ad Emergency. 
Informazioni utili:
www.unindovinocidisse.it
imieisolchi.blogspot.com
maxtraetto@gmail.com


mercoledì 11 settembre 2013

CHIAMATA ALLE ARTI - the news # 2

Chiostro - Minturno
Il Comune di Minturno, sposando da subito l'iniziativa, ospita la manifestazione, che avrà inizio alle ore 21,00, presso la propria Sala Consiliare dando, tra l'altro, la possibilità di utilizzare il chiostro per l'esposizione di opere di artisti che hanno risposto alla  "Chiamata alle Arti" e che si potranno osservare già dal pomeriggio.
Alcuni componenti dell'Associazione "Amici del Libro -Biblioteca L. Raus" leggeranno brani dai libri di Tiziano Terzani, intervallati da performances musicali del duo "Le Facce Toste" composto da Lorenzo Fusco e Marcello Serra. Nel corso della serata, il regista Mario Zanot illustrerà il progetto volto alla raccolta fondi da destinare alla produzione del film tratto dal libro "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani e ci mostrerà alcuni video che raccontano la vita dell'autore.
Sarà un viaggio virtuale laddove la vita di Terzani si è intersecata con i più importanti avvenimenti internazionali della seconda metà del ventesimo secolo. Un intresecarsi dovuto, si dal mestiere svolto dal nostro autore che da cronista spediva gli articoli al giornale tedesco per cui lavorava, "Spiegel", ma anche da un suo voler comprendere l'uomo fuori e, soprattutto, dentro.


Dopo la serata, presso la struttura "Rio Conca" sede dell'Associazione Culturale "Umanamente", sarà possibile gustare qualche pietanza accompagnata da taglieri di salumi e formaggi innaffiati da vino locale al modico prezzo di 12 Euro a persona e sarà possibile pernottare chiamando, per informazioni su costi e disponibilità, al numero 3398268585.
L'Associazione "Umanamente" ha collaborato all'organizzazione fornendo aiuto logistico e umano nonché il video-proiettore indispensabile per la buona riuscita della manifestazione stessa.