domenica 28 giugno 2026

IL LUNGOMARISTA - 2

(Prima parte)
Un lungomarista può essere dotato anche di scooter o di motocicletta, a volte, anche di qualche mezzo spinto dall’elettricità, biciclette o monopattini motorizzati che siano, ma andiamo con ordine.
Il lungomarista scooterato sta seduto sul sellino tutto girato da un lato, in pratica con entrambe le gambe a destra o a sinista e deve continuamente tentare di mettere il dueruote su una soltanto, quindi procede a balzi piegando e tendendo continuamente le braccia a differenza del più sfortunato motociclista, non potendosi girare a piacimento cede alla tentazione di non stare diritto girandosi solo di tre quarti. Può girarsi solo in parte, infatti, la mano destra deve obbligatoriamente stringere la manopola dell’acceleratore pena lo stallo, quindi, la perdita dell’effetto giroscopico delle ruote lo farebbe cadere senza nemmeno comprendere qual è la legge fisica che ne conserva la posizione ritta. Il motociclista lungomarista non indossa il casco, al massimo lo tiene seminfilato sulla sommità del capo, il braccio destro piegato a novanta gradi permette al pugno chiuso di poggiare sul ginocchio del medesimo lato dandogli la postura che ben fa comprendere la sua grande abilità di centauro, la stessa abilità che rimpingua di accise le casse dello Stato ogni qualvolta deve ripartire quando, abbassando completamente il polso, accelera al massimo consentito. Il fragoroso motore ha solo come scopo secondario quello cinetico, il principale, infatti, è quello sonoro o meglio, rumoroso, spesso, per giungere in modo eccelso alla maestria dello spaccatimpani, così come il lungomarista automobilista, dota il proprio mezzo di un impianto stereofonico dal quale far uscire i propri gusti in fatto musicale, purtroppo, mai si avvede di come, chi non è sul veicolo, sente solo la parte ritmica e nelle frequenze più basse, un bum! bum! continuo che elimina completamente l’effetto Doppler che per il lungomarista, al massimo, può essere il nome di un calciatore tedesco poco noto.
Poi ci sono i figli piccoli dei lungomaristi che vanno sui mezzi elettrici citati prima. Vabbè! le biciclette elettriche fanno quello che possono fare e ancora non si è notato un utilizzo diverso da quello che può essere adottato da un mezzo che ausilia la pedalata con la leggera spinta data dall’elettricità. Diverso è per i monopattini sui quali, pur non andando a velocità superiori ai tre o quattro chilometri orari, la postura da adottare è quella più aerodinamica possibile, cioè quella che si assume stando con la testa al di sotto delle manopole per sfrecciare, ovviamente, in mezzo alla strada noncuranti di chi li segue e precede. Poi ci sono gli scooter elettrici, dall’aspetto e dimensione identici a motorini con il motore a scoppio, magari delle categorie più piccole, ma in tutto e per tutto simili a normali scooter, utilizzati da nonni e nonne e da fanciulli dall’età rigorosamente al di sotto degli otto anni.
Bisogna sperare assolutamente di non far incidenti con questi ultimi, oltre che per non aumentare il numero delle scorticature già presenti su ogni parte del loro corpo, soprattutto per evitare linciaggi da parte dei parenti lungomaristi di lungo corso, sempre acquattati dietro angoli e auto in sosta; come gli zombi nei film d’orrore, assenti quasi sempre ma sbucanti ovunque come si vuole scappare verso una salvifica automobile senza sapere che, nella produzione di dette pellicole, l’attrezzista dota le auto con chiavi dell’accensione grandi il doppio della fessura della serratura
Ecco, dicevo, cosa succede ogni qualvolta si fa un incidente del tipo sopradescritto: il bimbo viene prontamente buttato, senza tanti riguardi, sulle pedonali più vicine, mentre lo scooter viene inforcato da un membro adolescente del clan, autorizzato legalmente alla guida; mamme, zie e nonne cominciano, dividendosi in parti uguali tra il bimbo sulle pedonali e quello sullo scooter che recita come un attore consumato, la parte di quello schiacciato dall’auto. Praticamente, senza saperlo, si era urtato il bimbo sulle pedonali e, nell’intendo comunque attivato di evitare di colpirlo, si era anche buttato all’aria quello del motorino. Nella bagarre ci si ricorda perfettamente che si stava in sosta ad attendere la moglie scesa a prendere le sigarette, ma la scena è così ben congegnata e recitata che si comincia a chiedere scusa a chiunque passi e a chiedere al proprio santo protettore cosa fare per espiare la colpa di tali misfatti.
Agli esemplari più giovani di lungomarista viene insegnato un metodo alternativo di procurare il cibo necessario al sostentamento della tribù. Oltre che di telline e cozze, per conservare il titolo faticosamente guadagnato, si deve nutrire di granchi e polpi. Per catturare i primi, i ragazzini si scorticano e illividiscono stinchi e gomiti, saltabeccando tra i massi dei moli muniti di un retino simile a quelli acchiappa farfalle mentre, per catturare i polpi, vengono approntate all’uopo, numerose canne di bambù, vengono cioè munite di una piccola retina legata ad una estremità nella quale imprigionare dell’esca dalla quale il polpo dovrebbe essere attirato tanto da attorcigliacisi intorno, le più sofisticate sono dotate anche di un cappio fatto con la lenza da pesca da stringere sul malcapitato polpo.


Una buona famiglia di lungomaristi la si riconosce anche da come si occupa degli asciugamani degli altri bagnanti. Solitamente, anche con la spiaggia scarsamente occupata, infila l’ombrellone ad un metro da chi già stà in spiaggia, poi, nel posare a terra il proprio armamentario, sale con i piedi e con la sabbia da questi spostata, sull’altrui asciugamano. Chiedendo gentilmente scusa, nel momento che il bagnante infastidito si alza, ne solleva l’asciugamano e scuotendolo nell’intento di pulirlo, butta la sabbia dappertutto, anche sulle ciambelle date ai bimbi per farli stare calmi dopo le ore di fila passate in auto per giungere a fruire dell’agognato bagno. Nel distenderlo nuovamente a terra, mentre il vicino si libera della sabbia arrivatagli addosso, lo posa tre metri più lontano: - Così non le diamo più fastidio. È la giusta scusa. Ovviamente dà una mano a spostare anche borse e ciabatte e, chinato nell’atto di raccogliere, guarda la moglie da sotto le ascelle e con ammiccamenti uguali a codici, indica dove posare la sua di roba, proprio laddove prima stava ciò che di necessario si è portato chi già stava in loco. Con le spalle al mare, guardando la spiaggia ecco come si presentano il nonlungomarista e il lungomarista: il primo con ogni componente il gruppo sul proprio asciugamano che è attaccato a quello dei propri familiari, borse e giochi anch’essi sugli asciugamano vicino ai piedi, le altre poche cose appese diligentemente dal nonlungomarista, alle bacchette dell’ombrellone; il secondo con la sdraio della nonna attaccata al vicino di spiaggia, due metri più in là, la mamma ascolta la radio a volume altissimo, due metri più in là ancora, il padre sta preparando la canna da pesca da usare assolutamente sul bagnasciuga antistante la postazione, altri due metri più in là una piscinetta gonfiabile ospita il più piccolo esemplare, a fianco i bimbi appena più grandi fanno piangere quello nella piscinetta buttandoci dentro la sabbia, nella piscinetta ovviamente. Gli esemplari adolescenti si dividono in due gruppi, uno dove gli esemplari maschi sollevano  le femmine per buttarle gratuitamente a mare prima che si siano spogliate; gli altri si divertono a tirare pallonate all’unico che sta in acqua fingendo di tuffarsi come un esperto portiere di calcio con una porta larga settanta metri e alta venti; immancabilmente, la difficoltà di controllare le traiettorie dei supersantos, li porta a colpire chi in acqua sta e nulla vuole avere a che fare con le performances calcistiche oppure, e lì si riconosce un altro lungomarista, salta dall’acqua con l’intento di calciare l’arrivante pallone, mancandolo clamorosamente, ovviamente, il rallentamento dato dell’essere immerso in un liquido, non è stato assolutamente contemplato, quindi quando sta effettuando il salto, il pallone già è passato oltre andando a colpire un doppiamente sfortunato nonlungomarista.

14 agosto 2013

venerdì 26 giugno 2026

IL LUNGOMARISTA

Descrizione di una figura immaginaria.

Un lungomarista degno di questo nome comincia la propria giornata la sera quando se ne va dalla spiaggia, il primo giorno di ferie dopo esser giunto nella località eletta a residenza estiva.
Non comincia la mattina vi chiederete?
No, secondo me, prima di diventare un vero lungomarista, l'aspirante deve lasciare l’ombrellone piantato e chiuso, sul bagnasciuga della spiaggia libera dove avrà intenzione di lacerare i timpani dei bagnanti, per segnare, come ogni buon maschio alpha, il proprio territorio. Quel territorio, di buon mattino, verrà anzitempo occupato cominciando con il più vecchio degli esemplari che, vuoi per il caldo, vuoi per gli anticipati risvegli mattutini caratteristici, appunto, degli esemplari più anziani, scende a rimestare sul fondo del mare in punti dove si può stare comodamente seduti, nell’atto della raccolta delle telline, gustosi piccoli molluschi particolarmente adatti per la preparazione di abbondanti spaghettate. Il maschio alpha si dedicherà più tardi al procacciamento dei molluschi da cucinare in montagnose soutè. Le cozze, raccolte tra i grossi massi utilizzati per realizzare barriere frangiflutti, sono stupidamente lasciate vivere la propria vita dagli abitanti autoctoni, costoro non si rendono conto che proprio il loro abbondare davanti a canali di scarico li rende più grossi e saporiti.
Al momento di lasciarere la spiaggia, il buon lungomarista, dopo aver radunato i due o tre quintali di masserizie sempre utili quando si va al mare, infila la testa nella piccola piscina gonfiabile utilizzata dagli esemplari più giovani; a volte invece, si può trattare di mini-gommoni. In una mano impugna una sedia sdraio, nell’altra la borsa con i giochi per i bimbi e le chiavi dell’automobile, la quale è assolutamente indispensabile per chi si vuole fregiare del titolo di lungomarista.

Il maschio alpha nell’atto di abbandonare la spiaggia, lo si riconosce dal resto del branco soprattutto dallo sguardo perso nel vuoto, infatti, nel dimostrare tutta la sua potenza, raramente utilizza calzature di sorta e, causa i trecento gradi dell’asfalto, deve concentrare le sue forze per non mostrare debolezze lamentandosi dell’ardere delle piante dei piedi. Costui conduce l’attraversamento con un percorso in diagonale di circa 100 metri laddove la strada è larga 6.
La compagna e la madre della compagna, raramente si distinguono tra loro, entrambe con ventri prominenti, inclinate all’indietro per compensare lo squilibrio dato dal buzzo, vestono abiti drammaticamente succinti, denominati bikini, coperti da veli annodati su una spalla ma praticamente completamente aperti sul davanti. L’esemplare più vecchio delle femmine a volte lo si può riconoscere perché, non portando pesi, può gaiamente dimenare davanti al volto ventagli raffiguranti santi e madonne.
Gli esemplari femmina più piccoli trascinano teli asciugamano a terra o, tuttalpiù, piccoli cani che dimenandosi cercano di far comprendere il proprio disappunto nel fatto che nessuno si accorge del guinzaglio attorcigliato intorno ad una zampa mentre le altre tre, compreso il ventre, scartavetrano la strada.
I piccoli maschi di solito si allontanano dalla spiaggia così come da questa sono partiti, cioè, calciando un supersantos in un continuum spaziotemporale nel quale non si avvedono di automobili e motocicli che, condotti da figli di lungomaristi appena più cresciuti, ancora ricordano quelle traversate al seguito del branco e, per loro, stanno attenti all’attraversamento, nel caso, salendo sui marciapiedi, rigorosamente alieni ai lungomaristi pedoni, capita però, che lasciato il supersantos bucato sulla spiaggia, inforchino biciclettine comprate anni prima alle quali, tolte le rotelle precedentemente indispensabili, menano a velocità incredibili i pedali, 20 giri per ogni metro percorso, anticipando stoicamente e nel totale sprezzo del pericolo l’attraversamento stradale senza perdere inutilmente tempo per avvedersi di eventuali altri utilizzatori la strada.
Dove però, il lungomarista, esprime tutte le maestrie tipiche della sua razza, è nel condurre l’automobile che li porterà all’abitazione distante ben 50 metri dal punto dove la spiaggia, da loro precedentemente occupata, tange la strada che percorrono col mezzo motorizzato. Dopo averla caricata degli altri rappresentanti il gruppo e di tutta l’attrezzatura oltre a quella attentamente lasciata appoggiata a secchi vuoti della spazzatura, nel caso non venga vista dagli addetti alla nettezza urbana, mette in moto e alla velocità costante di 15 chilometri orari, (cascasse il mondo), si immette alla medesima velocità sul lungomare dopo aver abbandonato la traversa nella quale, davanti ad un cancello, (tanto si vede che nessuno lo usa), aveva parcheggiato l’auto, con tanto di parasole e bloccasterzo, infilando la strada costiera, ovviamente senza controllare il passaggio di eventuali altri lungomaristi, più o meno autorizzati ad avvalersi di tale qualifica.
Una volta immesso nel caotico traffico del lungomare, un vero lungomarista, abbandonando completamente la guida a vista, si gira di centottanta gradi per scaricare una gragnuola di colpi a mani aperte e chiuse sugli esemplari più piccoli seduti dietro che, giocando con il canotto, non gli permettono la visuale posteriore attraverso il predisposto specchietto. Dopo questa mansione, scarica improperi sull’esemplare femmina per far meglio comprendere dove ella male educa la prole mentre le braccia della di lei madre si interpongono fra i due a evitare gragnuole manesche anche sulla figlia. Nell’adempimento di tutte queste mansioni, avendo abbandonato al pilota automatico la guida dell’auto, quella, per conto suo, se ne è andata a camminare nella corsia opposta dove i non lungomaristi, nella loro infinita pazienza, si sono industriati in vari modi per evitare collisioni, ma dove anche, altri lungomaristi, intenti nelle medesime attività stanno per occupare la loro e solo lunghe scariche di trombe e clacson induco i guidatori a riprendere la guida a vista, mai senza prima gridare agli esemplari femmina seduti di fianco il loro disappunto, in quanto uniche responsabili di quello che non si è trasformato in tragedia, solo grazie alla loro grande perizia nella guida.
Epilogo e fiore all’occhiello di un lungomarista che a buon titolo si vuol fregiare di questo prestigioso appellativo, è il posizionarsi tranquillo dopo tante peripezie, nella postura più classica, natiche spostate tutte in avanti fino a giungere sul bordo del seggiolino e, con il margine inferiore del finestrino all’altezza dell’orecchio, tutto l’avambraccio appeso al di fuori dello stesso, mignolo alzato e le carni che sfrigolano sui trecento gradi della lamiera esterna di un auto abbandonata ore e ore sotto il sole agostano.
Praticamente, un buon lungomarista, raggiunge livelli estremi di controllo del proprio corpo, come un monaco intento a meditare per abbandonare le percezioni date dai sensi del corpo, raggiungono una enorme capacità di sopportazione del calore.
Massimo Penitenti

giovedì 18 giugno 2026

Vannacciani, ma che...

 

Vorrei essere un vannacciano, un salviniano, un donzelliano (*) e convincere statunitensi, sudamericani, canadesi, australiani (*), per nominare quelle popolazioni che più si ritrovano, tra i compatrioti,  italiani di prima, seconda o terza generazione (*). Dopodiché li controllerei e remigrerei tutti i ladri, stupratori, truffatori (*) o delinquenti organizzati come camorristi, mafiosi e ndranghetisti (*).
Potrebbe essere una soluzione alla mancanza di manodopera dovuta alla riduzione delle nascite, all'emigrazione dei giovani e all'ivecchiamento della popolazione (*).
All'inizio nascerà il problema di ritrovarsi un incremento della popolazione italiana con una percentuale di delinquenti crescente in modo esponenziale però la costruzione di centri per il rimpatrio, di carceri, di istitutii per il riconoscimento (*), aumenterà i posti di lavoro per molti anni visto il gran numero di italiani all'estero, inoltre, non rimarranno sempre in carcere così saremo tutti felici e contenti.
Ad ogni asterisco (*) immaginatemi che conto con le dita.

mercoledì 20 maggio 2026

Lettera da Cuba

Mentre Israele compie un genocidio in Palestina come chiamiamo quello che gli Stati Uniti stanno perpetrando a Cuba?
Non volete chiamare genocidio l'uccisione di decine di migliaia di palestinesi perché a livello lessicale e semantico il lemma genocidio male si attaglia a quello che avviene in Palestina?
Va bene! Quello che avviene in Palestina e a Cuba lo chiamiamo umanicidio massificato oppure bandieracontriangolicidio per distinguerlo dall'omicidio, ma sempre di genocidio parliamo




LETTERA APERTA AL MONDO

 Una donna cubana, Ikay Romay denuncia il crimine che pochi capi di stato vogliono vedere.

All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall'altra parte.

DENUNCIA PER I MIEI NONNI: Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI: Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE: Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

DENUNCIA DEI MIEI MEDICI: Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato.

 AL MONDO DICO: Cuba non chiede l'elemosina.

20 maggio 2026







domenica 10 maggio 2026

Accadimenti

Se urlo in uno spazio aperto il suono si disperde e può essere udito dalle entità dotate da ricettori di onde sonore che altro non sono che uno spostamento d'aria, infatti, nel vuoto il suono non esiste. Se c'è qualcosa su cui rimbalza quel suono, torna indietro e lo sento sotto forma di eco. Non è che se questa eco non si forma ne deriva qualcosa di negativo nella qualità della mia vita però, esistono animali che senza tale eco non sopravvivono. I pipistrelli si sono evoluti per vivere al buio proprio con questa capacità che per loro è indispensabile.

Sono accadimenti, combinazioni di accadimenti che possono essere ininfluenti o indispensabili per la procreazione, non per questo i pipistrelli si svegliano pensando all'eco, se c'è vivono altrimenti si estinguono.

Esistono piante che producono un'ombra molto ampia o che assorbono molta acqua e nutrimento da terreni scarsi di queste risorse. Quando producono i loro frutti quindi i semi, se questi cadono nei loro pressi hanno meno probabilità di produrre nuovi esemplari rispetto ai semi che cadono lontano. Ecco che le piante hanno sviluppato ali, viti e resistenza ai succhi gastrici così da essere trasportati lontano dal vento o da animali dei quali si nutrono portandoli lontano attraverso la digestione e la susseguente defecazione. Non è che le piante si svegliano al sole la mattina pensando di mandare lontano i propri semi, semplicemente si estinguono quegli esemplari che non hanno acquisito queste possibilità. Accadimenti. Sequenza di accadimenti.

L'uomo si è evoluto facendo cose meravigliose per potersi riprodurre. Fa anche cose terribili che porterebbero facilmente all'estinzione se la somma degli accadimenti fosse percentualmente tanto elevata da essere maggiore di quelle favorevoli alla sua procreazione. Accadimenti. Somma di accadimenti fra i quali l'intenzionalità, quand'anche senza consapevolezza.

La volontà, la percezione di se, la coscienza altro non sono che una somma di accadimenti concatenati tra loro in parte derivati dalla selezione derivata dalla evoluzione quindi, istintiva, in parte volontaria con anche risvolti negativi.

Accadimenti dettati da una serie di combinazioni partite dalla prima divisione cellulare nella quale non c'era già scritto che sarebbe, prima o poi, nato l'uomo, semplicemente una serie di combinazioni. 

Questo mio modo di pensare non sminuisce affatto la grandiosità di tutto questo, compresa la capacità di decidere, anzi, proprio in questa serie di accadimenti eccezionali sta il bello dell'universo.

Se non avessimo la vista, o meglio, se tutti noi non avessimo avuto la capacità di vedere, probabilmente non avremmo scoperto l'universo, oppure, ne avremmo scoperto la infinita grandezza solo dopo tantissimi altri anni di evoluzione non potendo, con gli altri sensi, percepire altro se non il sole e forse, la luna. 

Ecco perché penso che la coscienza altro non è che un susseguirsi di accadimenti e una combinazione di essi che si è sviluppata, ad un certo punto, senza che ci fosse una volontà da parte dell'uomo o di una qualche entità contemplata nelle religioni anch'esse, combinazioni di accadimenti.

Quando questa sequenza di accadimenti della quale noi stessi siamo parte, trasmetterà una sequenza di accadimenti sufficiente, anche le macchine e la "intelligenza" artificiale, avranno una coscienza perché avranno raggiunto la giusta quantità e qualità di accadimenti ne più né meno di quelle raggiunte dall'uomo, a meno che non pensiamo di essere speciali raccontando e spiegando questo con una religione. 

Non riesco davvero a capire perché e cosa porrebbe l'uomo al di fuori delle regole dell'universo.


 

sabato 9 maggio 2026

Nespole

 

Ogni anno, quando arriva il giusto momento, faccio il primo bagno al mare e ci faccio caso, succede la stessa cosa con il primo asparago selvatico, la prima pesca o la prima nespola; viene quell'acquolina in bocca che fa ricordare lo stesso momento dell'anno precedente.
Così ricordo che mio figlio Marco ha 37 nespole, Franco 34, io e Silvana stiamo insieme da 41 nespole. Già so che l'anno prossimo sarò contento della prima nespola.
Prendendo in considerazione questo ragionamento vorrei dire una cosa a Trump. Vista la sua età e l'aspettativa di vita, mediamente gli restano 3 nespole, considerando il suo vivere decisamente agiato potrà contare tranquillamente su 3 o 4 nespole in più, comunque tutto coso, le nespole che entrano in una mano. Ecco, ora, caro Trump, con tutta la pacatezza e con un francesismo comunque facilmente comprensibile ti dico: la finisci di rompere il cazzo per una manciata di nespole?
(Vale per Netanyau, Putin ecc. per le nespole che gli spettano, comunque non proprio tantissime).

giovedì 7 maggio 2026

Coscienza umana vs coscienza artificiale


La coscienza è riproducibile artificialmente?
L'intelligenza artificiale avrà una coscienza?
Questo ci mette paura perché pensiamo di essere divini in quanto possessori di coscienza e l'essere divini non è una cosa che mi convince perché la coscienza altro non è che una sequenza infinita di faccio/non faccio come qualsiasi cosa nell'universo, o negli universi e segue l'unica regola del movimento/staticità, caldo/freddo, uno/zero un sistema binario di base che è all'origine di tutto.
Sono convinto che ciò che è divino sta dentro di noi ma nel senso che lo abbiamo inventato noi e per questo dentro di noi risiede.
Anche la trascendenza esiste, ne sono convinto, ma è quello stato mentale in cui si va, o si tenta di andare, dove i normali calcoli che si fanno per vivere o sopravvivere, si accantonano per mettersi in uno stato mentale scevro di calcoli meramente orientati al vivere con meno danni possibile.
C'è chi tra i calcoli per avere meno danni possibile, non comprende l'evitare i danni arrecati ad altre vite, umane, animali o vegetali ne all'ambiente in cui vivono, qui lo chiamo: assassino.
C'è chi, invece, tra i calcoli contempla, come priorità, quello che è positivamente necessario per una buona vita di tutte le vite, a volte anche a scapito della propria, lo chiamo: santo.
Queste sono le rappresentazioni di due coscienze estreme, la prima nel male, la seconda nel bene.
Tra questi due tipi di coscienza c'è la maggior parte di noi, chi più orientato verso il bene chi più verso il male in un'infinita serie di coscienze intermedie.
Prendiamo per buono questo modo di pensare e suddividere le coscienze; questo però vuol dire che molti hanno coscienza buona e altrettanti cattiva quindi la coscienza non solo è riconoscibile ma anche possibile quantificarla e qualificarla.
Per qualificarla bisogna darle un valore, un voto, un numero. Se è possibile darle un valore si può ipotizzare che un giorno, in un futuro anche abbastanza prossimo, un elaboratore elettronico avrà un numero così elevato di dati ed elaborazioni da avvicinarsi al valore di una coscienza umana, perché no?
Fatta 0 la peggiore azione determinata da un elaboratore elettronico o da un umano e fatta 1 la migliore, con tutte le combinazioni possibili, perché non si può considerare questa azione, elaborata da una coscienza in entrambi i casi?
Le azioni compiute da un uomo sono il risultato di un'innumerevole serie di scelte consecutive determinate da un: faccio/non faccio ne più né meno di quel 0/1 sul quale si basa un elaboratore elettronico.
L'uomo, con la sue serie di scelte ha inventato l'elaboratore per farsi aiutare nello scegliere il faccio/non faccio, ora gli elaboratori hanno la capacità autonoma di apprendere come imparare con possibilità crescenti in modo esponenziale. L'uomo ha in più la possibilità di spegnere l'elaboratore ma tra non molto tempo, l'elaboratore avrà la possibilità di spegnere l'uomo (e forse già lo potrebbe fare).
I dati da inserire in un elaboratore artificiale di informazioni sono, per ora, incalcolabili proprio perché sono infinite considerando, soprattutto, la combinazione tra le stesse però la capacità di autoapprendimento degli elettrodomestici cresce in modo esponenziale, più imparano, più imparano ad impare quindi avere una coscienza è solamente una questione di tempo non un limite assoluto. Un giorno un elaboratore produrrà una capacità di agire e pensare talmente vicino alla coscienza di assassino, quella del santo e a tutte quelle intermedie da risultare comparabile e indistinguibile da quella umana.
Tutto è fissità/movimento, caldo/freddo, prima o poi una sequenza 1/0 imiterà la coscienza dell'assassino senza problemi riuscendo a dissimulare questa sua aberrazione senza che ce ne accorgiamo salvo qualche suo errore nel nascondere il suo essere criminale e, speriamo, altrettanto bene, imiterà le scelte del santo tanto da sacrificare parte di sé a beneficio della vita biologica.
La tecnologia attuale ci permette di intervenire sui neuroni per migliorarne le prestazioni o, in alcuni casi, addirittura di supplire a loro mancanze, prendendo in esame il paradosso di Teseo, fino a quali e quanti interventi in tal senso possiamo considerare il cervello "nostro" quindi "nostra" la coscienza?
Paradossalmente, già ora, potremmo aggirare completamente le funzioni del cervello sostituendo tutti i neuroni e le sinapsi in modo artificiale.
In pratica, o siamo qualcosa che esula dalle regole dell'universo, o ci rientriamo pienamente.
Io penso: la seconda che ho scritto.

7 maggio 2026