sabato 7 luglio 2012

Il cuore più bello del mondo



Antica fiaba africana.

C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti gliel'ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:
"Beh, a dire il vero.. il tuo cuore è molto meno bello del mio."
Quando lo mostrò, aveva puntàti addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dove dalle quali erano stati asportàti dei pezzi e rimpiazzàti con altri, ma non combaciavano bene - così il cuore risultava tutto bitorzoluto.
Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi.
Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:
"Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime."
"Vero", ammise il vecchio. "Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi – e così ho qualche bitorzolo, a cui sono affezionato, però: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso.
Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone.. e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la VERA bellezza?"
Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto.
Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano.
Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai: perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.

martedì 6 marzo 2012

Quanto siamo piccini

Quando la morte venne a Bagdad

II discepolo di un Sufi di Bagdad era seduto un giorno in un angolo di una locanda, quando sorprese una conversazione tra due persone. A sentirle parlare, capì che una di loro era l'Angelo della Morte.
"Ho molte visite da fare in questa città nelle prossime tre settimane", stava dicendo l'Angelo al suo compagno.
Terrorizzato, il discepolo si rannicchiò nel suo angolino finché i due non se ne furono andati. Poi fece appello a tutta la sua intelligenza per trovare il modo di scampare all'eventuale visita dell'Angelo, e alla fine decise di allontanarsi da Bagdad affinché la morte non potesse raggiungerlo. Dopo aver fatto questo ragionamento, non gli restava che noleggiare il cavallo più veloce e, spronandolo giorno e notte, arrivare fino alla lontana Samarcanda.
Nel frattempo la Morte si incontrò con il maestro sufi, col quale si intrattenne a parlare di varie persone. "Ma dov'è dunque quel vostro discepolo tal dei tali?", chiese la Morte.
"Dovrebbe trovarsi da qualche parte in città, immerso in contemplazione, forse in un caravanserraglio", rispose il maestro.
"È strano", disse l'Angelo, "perché è proprio nella mia lista ... Ah, ecco, guardate: devo prenderlo fra quattro settimane a Samarcanda, e in nessun altro luogo".

venerdì 24 febbraio 2012

24 FEBBRAIO 2012




24 FEBBRAIO 2012



24 FEBBRAIO 2012




Guarda la luna stasera.
Sorride a te e a tutti.
Pensa a chi ami,
la vedrai con i suoi occhi,
la toccherai con il suo cuore,
la sentirai con la sua anima.
Quanti anni passeranno
prima di rivederla così?
Tanti, mi colma le mani,
e la verso nella mente.

domenica 16 ottobre 2011

Lettera aperta all'ANAS


Questa lettera ha una colonna sonora, clicca qui Ottorino Respighi infatti scrisse un poema sinfonico intitolato “Pini della Via Appia” e costui competeva con Ravel e Tchaikowsky, chissà quel suo “crescendo” come lo chiuderebbe oggi se avesse modo di percorrere l’Appia nel territorio di Sessa Aurunca.
Mercoledì, 24 agosto 2011, ecco cosa scrissi a proposito dell’abbattimento di quattro pini marittimi, avvenuto lungo l’Appia, nei primi chilometri appartenenti alla Campania.
Solo quattro ne buttarono giù allora eppure, a vedere quei giganti distesi a terra, già veniva da piangere.
Altri 15 ne hanno abbattuti nel medesimo tratto della millenaria strada.
Con una ruspa dapprima tolgono il terreno da sotto la pianta dal lato verso il quale lo vogliono far cadere, così da togliere presa alle radici poi, sempre con la benna della ruspa lo spingono letteralmente a terra così che il groviglio di radici venga eliminato insieme all’albero stesso.
Perché?
Non conosco un comunicato ufficiale divulgato dall’ANAS riguardante i lavori di ampliamento dell’Appia con l’installazione di due rotonde, affatto utili lo ammetto, ma che non richiedevano gli abbattimenti.
Suppongo che le motivazioni siano da ricercarsi nell’esigenza dell’allargamento della sede stradale inoltre, immagino, il continuo crescere delle radici, deforma la cimosa del nastro d’asfalto.
No! Non può essere questa la serie di motivazioni che ha indotto all’abbattimento degli alberi, altrimenti li si dovrebbe abbattere fino all’imbocco dell’autostrada di Capua.
La “fettuccia” di Terracina è l’altro tratto di Appia che subito mi salta alla mente che abbia le medesime caratteristiche; la Via Emilia; la Salaria appena fuori Roma e….
Migliaia di chilometri di catrame che di bello hanno solamente la cornice di alberi e proprio quella cornice viene eliminata in nome di un migliore camminare delle automobili.
L’isola di Pasqua è l’isola più lontana dalla terra ferma e praticamente non ha alberi, pare che questo sia dovuto alla necessità di costruire il mezzo utile al trasporto dei Moai, le enormi teste di roccia monolitica, dall’interno dell’isola fino alla costa dove questi venivano eretti.
Dalle cronache antiche, gli alberi coprivano la penisola Iberica senza soluzione di continuità, dai Pirenei all’Atlantico, oggi la Spagna è praticamente desertica.
Il sud-est asiatico, sta venendo in questo momento, spogliato dalla sua coltre verde.
La foresta Amazzonica e ancora grandissima, sai quanti alberi ci sono, uh! a voglia.
Negli ultimi 40 anni è stata ridotta del 17%, come se ad un uomo togliessero tutta la pelle da testa e braccia.
Perché?
Il motivo principale dell’abbattimento degli alberi in sud America e dovuto all’ampliamento degli allevamenti di bovini da macinare per produrre hamburger e per la coltivazione di soia, da mangiare? No! per la produzione di carburante “ecologico”, carburante necessario a far camminare quelle automobili che inducono all’abbattimento degli alberi sull’Appia.
Dice un antico detto, da attribuirsi ad una non precisata tribù di nativi d’America:
Il mondo non lo ereditiamo dai nostri avi, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli
Piede di Corvo, il capo della tribù dei Piedi Neri, nativi d’America disse:
Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
La nostra terra vale più del vostro denaro. E durerà per sempre. Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finchè il sole splenderà e l’acqua scorrerà, darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali; è stato il Grande Spirito a porre qui la terra e non possiamo venderla perchè non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa, ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo e che potete portare con voi, ma la terra mai.
Ci stiamo letteralmente mangiando il pianeta per morire obesi o schiantati a 200 all’allora.
Bah! Forse è giusto così.
Io non sono d’accordo.

giovedì 6 ottobre 2011

NOI, LATINO-AMERICANI di Ferreira Gullar


NOI, LATINO-AMERICANI
Siamo tutti fratelli
ma non perché abbiamo
la stessa madre e lo stesso padre:
è che abbiamo lo stesso socio
che ci imbroglia.
Siamo tutti fratelli
non perché dividiamo
lo stesso tetto o la stessa mensa:
abbiamo la stessa spada
sopra la testa.
Siamo tutti fratelli
non perché abbiamo
la stessa culla, lo stesso cognome:
abbiamo lo stesso percorso
di furia e fame.
Siamo tutti fratelli
non perché sia lo stesso il sangue
che in corpo abbiamo:
ciò che è uguale è il modo
come lo versiamo.
Ferreira Gullar.

giovedì 15 settembre 2011

Sabra e Chatila



Qui si è toccato
l’esatto punto
dove le cose
si separano.
Un punto effimero
come raggio verde.
Un infinito istante
che non c’è
solido come granito.
“Pace in Galilea”
si chiamava l’azione,
ecco il punto esatto
di separazione,
tra verità
e menzogna.
Il tangibile punto,
il vivibile istante,
dove le cose
si separano.

mercoledì 7 settembre 2011

Cannoni a specchi


Un tappeto di nasi
attende di vedere
di stelle un cuscino
per amore e sogni.
Cannoni a specchio
Galileo ci regalò
con i quali
sparare occhi
verso ciò
che non c’è più.
In una scatola
della memoria,
ho posato
anche Saturno,
accanto ad una Luna
così grande,
da negarmi
qualsiasi dito.