venerdì 17 luglio 2026

Tiziano Terzani a Scauri

Tiziano Terzani
L'Asia dentro l'imbrunire
di Piero Ambrosi

Resoconto puntuale e preciso nei tratti salienti di ciascuno scritto importante di Terzani. Ne tradisce un po' la filosofia che richiedeva coinvolgimento e, soprattutto, manifestazione delle proprie opinioni contrario, appunto, al giornalismo di mero racconto dei fatti, impossibile per lui in quanto lo stesso scegliere l'argomento da trattare è di per sé un atto politico, l'espressione del proprio modo di vedere il mondo. Questa mia opinione è dettata dalla mia conoscenza consapevole e dalla grande importanza che ha Tiziano nella mia vita che vedono una boa nelle sue parole, boa che ha determinato un confine preciso tra il Massimo prima e Massimo dopo, se l'obiettivo era quello di incuriosire sull'opera di Tiziano Terzani, penso che questo libricino abbia sortito il giusto risultato per chi non lo conosce. Chi lo conosce ha già letto tutti i libri e può utilizzare questo libro come argomento per portare amici e parenti alla lettura delle parole di Terzani.

Durante l'incontro l'autore mostra grande passione per ciò che Terzani ha fatto, sia per il Terzani giornalista e reporter, sia per il Terzani introspettivo e ricercatore di qualcosa che giustifichi qualcosa che con gesti e pratiche non può spiegare. Durante la serata si comprende bene quanto il Terzani spirituale degli ultimi anni  interessi il caro Ambrosi, non trovo la stessa passione e trascinamento nelle parole del librino. La scelta di scrivere questo libro è sicuramente indicativo del suo coinvolgimento ma non si coglie nelle parole scritte. 

giovedì 9 luglio 2026

ULTIMO BALUARDO




La cassa tipografica assomiglia a quelle bacheche porta ninnoli dove, quando fai visita ad un amico, è bello perdersi, prendendo e osservando ora questo, ora quello. Animaletti, sassolini, ricordi di viaggi e di incontri.
Lei, invece, in ogni scomparto, accoglieva una sola lettera e solo quella, un solo segno di punteggiatura, un solo spazio, in quantità proporzionate alla frequenza di utilizzo.
Capitava, a volte, che una forma (stampo, per intenderci) cada e tutte le lettere di vario stile e misura, si mischino, ebbene, il mettere a posto ognuna di loro e nella cassa giusta, è sempre stato il compito del nuovo garzone di bottega, che deve memorizzare dove collocarle.
Che cosa affascinante era, guardare i più esperti, infilare senza quasi guardare, ogni letterina al suo posto, ripescando quelle che accidentalmente cadevano nel posto sbagliato.
Anch’io, dopo tanti anni ho acquisito quella tecnica, addirittura mi lanciavo in virtuosismi che solo io potevo notare, stringere tra il pollice e l’indice un’intera parola e con piccoli movimenti posare prima tutte le “A” poi tutte le “B”…
Un mondo, un universo fatto di parole, punteggiature, spazi.
Oggi se al posto di una “A” metti una “M”, torni indietro ed effettui la sostituzione, la giustezza della riga l’effettua il computer.
Prima, con il compositoio stretto nella mano sinistra, una volta chiusa la riga, sostituire una lettera più larga con una più stretta, portava via maggior tempo che a comporla interamente.
Per fare spazio, in tipografia, (devo farci entrare una nuova macchina) ho svuotato un’intera cassettiera dalle lettere che conteneva, per poi buttarle.
Venti cassetti, centoventi scomparti ognuno, quasi due quintali di materiale, dove oggi, cliccando con il mouse, apri una o due tendine piene di caratteri di ogni foggia e dimensione.
Le vecchie tipografie, di questi cassoni, ne contavano decine e decine, dal corpo 50 righe, di legno (circa 23 cm.), al corpo 6 punti, di piombo ( circa 2 mm.).
Ora me ne è rimasto uno solo, ultimo baluardo, ai confini di un deserto dove i Tartari non si vedranno più.
In alcuni paesini, in alcuni quartieri di città, resistono ancora piccole tipografie, con pochi vecchi artigiani, che ancora si appoggiano sull’avambraccio il trasportatore di storia che è il compositoio, una volta vi si serravano, ad una ad una, tutte le righe dei libri, dei giornali, dei biglietti d’auguri e degli annunci di dipartite, parole grandi e piccole, in grassetto e in corsivo, importanti e futili.
Non dirò più:- Ho finito le “A”. Devo scomporre qualche forma. Proprio così, spesso capitava che alcune lettere finivano, per comporre una nuova pagina, bisognava scomporre la precedente.
Se andate in qualche piccola tipografia, dove ancora c’è un vecchio tipografo, domandategli come si compone una riga, come si separano tra loro, come si serrano sul compositoio.
Vi assicuro che lo farete felice, vi assicuro che un moto di commozione arriverà dal suo cuore fino a voi.
E’ giusto sia finita, era un lavoro duro e oggi è decisamente poco remunerativo, nessuno più di me lo sà. Trent’anni fa volli impararlo proprio perché mi affascinava, entrai in una bottega e dissi:- Non voglio essere pagato, insegnatemi quest’arte, poi si vedrà.
Probabilmente sono stato l’ultimo.
Sicuramente sono stato uno degli ultimi, un cavaliere con la lancia in un mondo di fucili automatici.