sabato 22 agosto 2026

Politica e sport

 Sabato 22 agosto 2026


"La politica dovrebbe essere messa fuori dalle manifestazioni sportive."

Questo viene spesso ripetuto, in genere, e sto generalizzando, soprattutto da chi è di destra.
Anche noi di sinistra ci lamentiamo di manifestazioni razziste o classiste espresse da chi è di destra, è vero, ma non ci lamentiamo del fatto che fanno politica ma di che cazzo di politica fanno.
Lo sport è di per se politica.
Ad esempio, operare per far si che anche persone con difficoltà possano esprimersi nelle più disparate discipline sportive favorendo, con adeguate regole e attrezzature, un aproccio privo di rischi, ponendo i vari atleti su equilibri congrui alle più varie diversità, è politica, è l'espressione della più alta politica.
Da quello che che ho capito, i tifosi dell'Hapoel sono orientati contro le iniziative del governo Netanyhau, manifestamente, quindi, avendo idee simili alle mie, dovrei trovarmi daccordo con loro, politicamente dico, del calcio non me ne posso fregare di meno, tra qualche anno, forse, diventando ancora più vecchio, magari dovrò integrare la dieta per evitare fratture date dal fatto che le ossa diventano più fragili, per ora, ciò che mi accomuna a loro è l'avversione alle politiche del Knesset.
Avvengono poi dei cortocircuito politici come quelli esplosi ieri.
Arrivano a Bergamo i tifosi della squadra israeliana Hapoel per la partita che vedrà protagonista la propria squadra nella cakcistica sfida con la squadra locale, l'Atalanta.
Le forze dell'ordine mettono in atto tutte le strategie del caso per evitare i problemi che solitamente nascono tra le tifoserie avverse, notoriamente avulse dal buon senso in quanto più guidate da ancestrali "noi siamo meglio, a prescindere" (anche se la parola prescindere, probabilmente, non fa parte del bagaglio lessicale della gran parte di loro) quindi: traffico bloccato o limitato a seconda della zona, con sorvolo di elicotteri; cestini per i rifiuti rimossi; tombini saldati; controlli e perquisizioni ai quali devono sottostare i bergamaschi.
Eh! Si. Solo per i bergamaschi si sono attivate queste procedure soprattutto per quelle poche decine di loro che si sono arrogate il diritto di manifestare a favore del popolo palestinese con tanto di bandiere nero-rosso-bianco-verde. 
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Le forze dell'ordine hanno adottato queste diverse modalità di comportamento per evitare di essere considerate antisemite?
Qualunque sia stata la motivazione, al netto di qualsiasi discriminante politica, razziale, classista, spero che il responsabile ai controlli per l'accesso allo stadio venga rimosso immediatamente.
Tanti sono gli articoli che si possono trovare su questo caso, ho voluto riportare anche una mia idea su ciò per quando, un domani, mi capiterà di leggere queste righe perché io sto con i palestinesi fino a quabdo non potranno commettere gli errori di tutti noi partendo dalla medesima nostra condizione di libertà, non perfetta è vero, ma decisamente incomparabile alle condizioni che quel popolo sta vivendo ora e da millemila giorni.
Gli israeliani, invece, sfilano urlanti con tanto di torce e fumogeni.
Un italiano, tifoso di qualsiasi squadra, se si comporta nel medesimo modo, viene colpito con ottima ragione da DASPO (divieto di accesso a manifestazioni sportive) e da foglio di via dopo essere stato portato in questura.


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Per accedere allo stadio bisogna passare attraverso controlli durante i quali viene richiesto addirittura di togliere il tappi alle bottiglie di plastica visto che, diventando più rigide, possono essere pericolose, mentre gli israeliani sono entrati nello stadio con torce fumogene. Questo fa notare con grande evidenza che quei controlli li hanno saltati
        
    foto tratta da instagram
giuseppe_salamone90


Le forze dell'ordine hanno adottato queste diverse modalità di comportamento per evitare di essere considerate antisemite?
Qualunque sia stata la motivazione, al netto di qualsiasi discriminante politica, razziale, classista, spero che il responsabile ai controlli per l'accesso allo stadio venga rimosso immediatamente.
Tanti sono gli articoli che si possono trovare su questo caso, ho voluto riportare anche una mia idea su ciò per quando, un domani, mi capiterà di leggere queste righe perché io sto con i palestinesi fino a quabdo non ootranno commettere glu errori di tutti noi partendo dalla medesima nostra condizione di libertà, non perfetta è vero, ma decisamente incomparabile alle condizioni che quel popolo sta vivendo.








mercoledì 12 agosto 2026

Pasqualino

 

Siamo in Olanda, entriamo in un ristorante italiano, sono con Pasqualino e un suo amico. Ci sediamo e mi accorgo di non avere il marsupio quindi sono senza portafogli, documenti, cellulare. Esco velocemte e Pasqualino mi segue. Gli dico che tornerò presto, inforco la bici, la distinguo in mezzo a tutte le altre: è la più vecchia con molte parti arrugginite e il catenaccio nuovo con un cursore rosso che protegge la serratura mi aiuta nel riconoscimento. Parto mentre Pasqualino mi chiama ma faccio finta di non sentirlo. Sicuramente mi sta chiamando per dirmi di non preoccuparmi. Ricordo vagamente la strada per raggiungere la casa dove alloggiamo ma il tratto fatto in taxi è brevissimo inoltre, ricordando da dove siamo arrivati non dovrebbe essere difficiile ricostruire il percorso.
Macché! Subito mi perdo e non riconosco nessun particolare che mi conduca a destinazione. Mi fermo, appoggio la bici al muro e... cazzo, sono in Olanda, siamo arrivati al ristorante in taxi, la mia bici sta a Minturno, di chi cazzo è questa? Ecco perché Pasqualino urlava chiamandomi, stava dicendo: Scemo, siamo venuti in taxi, ti stai rubando una bici.
Non ho il telefono quindi lo chiedo in prestito ad una ragazza in evidente attesa di un pulman in quanto siamo ad una fermata. Ha due gambe costruite su un perlamadonna e un telefonino di modello molto vecchio, ha la tastiera sotto un piccolo display. Non ho il numero di Pasqualino quindi chiamo Silvy per farmelo dare. Mi risponde con una voce infastidita e ha ragione, sto qui da qualche giorno e non l'ho ancora chiamata. Mi da il numero e chiamo Pasqualino dicendogli di mandarmi la posizione e attacco. Neanche il tempo di pensare che il telefonino che mi ha prestato la ragazza non può ricevere alcuna posizione che mi richiama Pasqualino al quale chiedo di dettarmi l'indirizzo. Prendo la bici e raggiungo il b&b, tanto ormai il proprietario non l'ha trovata essendomela fregata. Entro nel b&b e una stanchezza infinita mi assale, mi metto sul letto ma non riesco a dormire anche se si è fatto tardi. Non ci sono tapparelle o persiane che facciano da cortina alla luce del giorno che in un'estate olandese quasi non lascia spazio alla notte. Prendo un copriletto e mi avvolgo la testa, non prendo bene sonno, devo andare in bagno, il crepuscolo è arrivato e nell'atrio vicino al bagno e proprio buio, apro uno spiraglio nel copriletto, cerco l'interruttore, lo premo, diventa ancora più buio, la luce era già accesa, premendo l'interruttore l'ho spenta, mi siedo, sento la presenza di altre persone infatti mi tolgo il copriletto dalla testa e vedo altri ospiti in attesa di utilizzare il bagno. Sono tutti sorridenti, chiedo il perché a chi è seduto vicino a me: abbiamo tutti visto cosa hai fatto con quel coso in testa quando hai raggiunto l'interruttore e ci è venuto da ridere; mi dice.
Mi sveglio, sono le 5, devo andare a fare la pipì.
Pasqualino è morto alcuni anni fa, non so perché mi è venuto in sogno.

fonte dell'immagine



giovedì 6 agosto 2026

la R di Guccini

R come Guccini. 

Mi basta sentire la prima nota di un'opera di Mozart, Beethoven, Rachmaninov o Tchaikovski e già so cosa ascolterò.

Quando arriva un brano di Guccini non è necessario sentire la prima nota, nemmeno la prima sillaba, a volte ho l'impressione che già sapevo che sarebbe arrivata proprio quella canzone, proprio quella che sto ascoltando. Era lì da quando mi sono svegliato la mattina, la ascolto in un dato momento perché la radio la sta trasmettendo ma come non mi accorgo del primo respiro quando mi sveglio, così non mi accorgo dell'inizio di una qualsiasi sua canzone, era lì. Era lì nell'aria che respiro, nell'acqua che scorre dal rubinetto, sullo spazzolino, sul manico della tazzina del caffè alla stazione.

Don Chisciotte

Compositori: Giuseppe Dati / Francesco Guccini / Goffredo Orlandi

Ascolta e leggi

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,

di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
È un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri.
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fa d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...
A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori!
Era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame!
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...
Mio Signore, io purtroppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il capitale, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al Potere dare scacco e salvare il mondo intero?
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?
Il Potere è l'immondizia della storia degli umani
e anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte

martedì 4 agosto 2026

6,25

L'orologio della stazione segna le nove e venticinque, sempre.
La mattina, quando arrivo, sollevo la fedele bicicletta, mia compagna di viaggio, scendo qualche scalino e raggiungo il pavimento del sottopasso poi salgo una trentina di scalini per raggiungere il marciapiede numero due, da lì si prendono, solitamente, i treni che vanno a Napoli. A sud. Però il binario punta verso l'alba.

Il mio treno parte da Formia e, visto che è a una sola stazione di distanza e non ha modo di attardarsi a far scendere e salire passeggeri, arriva sempre puntuale.
Ogni mattina, all'arrivo, controllo l'orologio presente sul marciapiedi del primo binario ma guardo solo la lancetta dei minuti che sta sul cinque quindi segna venticinque minuti. Ogni mattina, non guardando il nove, mi dico: Uah! a qualsiasi ora parta da casa, arrivo sempre alle sei e venticinque.

Prendo il libro di turno, ora tocca a "La fila alle poste" di Chiara Valerio, inforco gli occhiali da vista e attendo le sei e quarantacinque ma prima che arrivi il treno, leggo sempre un numero diverso di pagine perché a volte il treno arriva dopo venti minuti, altre volte dopo mezz'ora o più, nonostante la sua puntualità, perché l'orologio segna si venticinque minuti ma la sfera delle ore sta ferma a metà strada circa tra il nove e il dieci.
Ogni giorno leggo un numero diverso di pagine non per mie differenti performances quotidiane di lettura ma perché l'orologio della stazione è fermo.
Lo so che è fermo, ora che ho scritto queste righe,  forse domani vedrò che l'orologio è fermo sulle nove e venticinque e non penserò che sono arrivato, come al solito, alle sei e venticinque, forse, perché se prima di domattina lo aggiustano e io arrivo effettivamente alle sei e venticinque, vado ai matti. Non che ora stia proprio bene, bene, evidentemente.
Questo libro già lo avevo iniziato a leggere poi forzatamente ne ho interrotto la lettura perché a Sessa, stazione mattutina di arrivo, una sera, in attesa del ritorno, mi ero sfilato lo zaino dalle spalle per concedere loro la possibilità di asciugarsi un poco ma, le spalle sono rimaste bagnate e lo zaino sulla panchina con il libro all'interno. A pagina 168 Chiara Valerio chiede: i desideri sono un movimento o una cosa?
In questo caso entrambe le cose, infatti desideravo finire il libro, che è una cosa e un'amica mi ha prestato la sua copia portandomela e questo è movimento.
Chiara, non so se questa è una risposta che ti soddisfa ma a volte, forse, i desideri sono cose e movimento anche quando le lancette dell'orologio della stazione sono ferme.

4 agosto 2026

 

venerdì 17 luglio 2026

Tiziano Terzani a Scauri

Tiziano Terzani
L'Asia dentro l'imbrunire
di Piero Ambrosi

Resoconto puntuale e preciso nei tratti salienti di ciascuno scritto importante di Terzani. Ne tradisce un po' la filosofia che richiedeva coinvolgimento e, soprattutto, manifestazione delle proprie opinioni contrario, appunto, al giornalismo di mero racconto dei fatti, impossibile per lui in quanto lo stesso scegliere l'argomento da trattare è di per sé un atto politico, l'espressione del proprio modo di vedere il mondo. Questa mia opinione è dettata dalla mia conoscenza consapevole e dalla grande importanza che ha Tiziano nella mia vita che vedono una boa nelle sue parole, boa che ha determinato un confine preciso tra il Massimo prima e Massimo dopo, se l'obiettivo era quello di incuriosire sull'opera di Tiziano Terzani, penso che questo libricino abbia sortito il giusto risultato per chi non lo conosce. Chi lo conosce ha già letto tutti i libri e può utilizzare questo libro come argomento per portare amici e parenti alla lettura delle parole di Terzani.

Durante l'incontro l'autore mostra grande passione per ciò che Terzani ha fatto, sia per il Terzani giornalista e reporter, sia per il Terzani introspettivo e ricercatore di qualcosa che giustifichi qualcosa che con gesti e pratiche non può spiegare. Durante la serata si comprende bene quanto il Terzani spirituale degli ultimi anni  interessi il caro Ambrosi, non trovo la stessa passione e trascinamento nelle parole del librino. La scelta di scrivere questo libro è sicuramente indicativo del suo coinvolgimento ma non si coglie nelle parole scritte. 

giovedì 9 luglio 2026

ULTIMO BALUARDO




La cassa tipografica assomiglia a quelle bacheche porta ninnoli dove, quando fai visita ad un amico, è bello perdersi, prendendo e osservando ora questo, ora quello. Animaletti, sassolini, ricordi di viaggi e di incontri.
Lei, invece, in ogni scomparto, accoglieva una sola lettera e solo quella, un solo segno di punteggiatura, un solo spazio, in quantità proporzionate alla frequenza di utilizzo.
Capitava, a volte, che una forma (stampo, per intenderci) cada e tutte le lettere di vario stile e misura, si mischino, ebbene, il mettere a posto ognuna di loro e nella cassa giusta, è sempre stato il compito del nuovo garzone di bottega, che deve memorizzare dove collocarle.
Che cosa affascinante era, guardare i più esperti, infilare senza quasi guardare, ogni letterina al suo posto, ripescando quelle che accidentalmente cadevano nel posto sbagliato.
Anch’io, dopo tanti anni ho acquisito quella tecnica, addirittura mi lanciavo in virtuosismi che solo io potevo notare, stringere tra il pollice e l’indice un’intera parola e con piccoli movimenti posare prima tutte le “A” poi tutte le “B”…
Un mondo, un universo fatto di parole, punteggiature, spazi.
Oggi se al posto di una “A” metti una “M”, torni indietro ed effettui la sostituzione, la giustezza della riga l’effettua il computer.
Prima, con il compositoio stretto nella mano sinistra, una volta chiusa la riga, sostituire una lettera più larga con una più stretta, portava via maggior tempo che a comporla interamente.
Per fare spazio, in tipografia, (devo farci entrare una nuova macchina) ho svuotato un’intera cassettiera dalle lettere che conteneva, per poi buttarle.
Venti cassetti, centoventi scomparti ognuno, quasi due quintali di materiale, dove oggi, cliccando con il mouse, apri una o due tendine piene di caratteri di ogni foggia e dimensione.
Le vecchie tipografie, di questi cassoni, ne contavano decine e decine, dal corpo 50 righe, di legno (circa 23 cm.), al corpo 6 punti, di piombo ( circa 2 mm.).
Ora me ne è rimasto uno solo, ultimo baluardo, ai confini di un deserto dove i Tartari non si vedranno più.
In alcuni paesini, in alcuni quartieri di città, resistono ancora piccole tipografie, con pochi vecchi artigiani, che ancora si appoggiano sull’avambraccio il trasportatore di storia che è il compositoio, una volta vi si serravano, ad una ad una, tutte le righe dei libri, dei giornali, dei biglietti d’auguri e degli annunci di dipartite, parole grandi e piccole, in grassetto e in corsivo, importanti e futili.
Non dirò più:- Ho finito le “A”. Devo scomporre qualche forma. Proprio così, spesso capitava che alcune lettere finivano, per comporre una nuova pagina, bisognava scomporre la precedente.
Se andate in qualche piccola tipografia, dove ancora c’è un vecchio tipografo, domandategli come si compone una riga, come si separano tra loro, come si serrano sul compositoio.
Vi assicuro che lo farete felice, vi assicuro che un moto di commozione arriverà dal suo cuore fino a voi.
E’ giusto sia finita, era un lavoro duro e oggi è decisamente poco remunerativo, nessuno più di me lo sà. Trent’anni fa volli impararlo proprio perché mi affascinava, entrai in una bottega e dissi:- Non voglio essere pagato, insegnatemi quest’arte, poi si vedrà.
Probabilmente sono stato l’ultimo.
Sicuramente sono stato uno degli ultimi, un cavaliere con la lancia in un mondo di fucili automatici.