domenica 20 febbraio 2011

E’ mia la mia ombra?

E’ mia la mia ombra?
Massimo Penitenti
Il sole alle spalle
arroventa lo scuro maglione,
davanti l’ombra si muove
e il vento ne strappa pezzi
chissà dove vanno.

Altri ne attacca,
chissà da dove vengono.
Cambia il suo contorno
diventa sempre più ricca
anche se non è più
quella di ieri.
Il sole scende e si annulla
l’ombra si fonde alla luce.
E’ sempre qui?
O il vento le sta facendo fare un giro?
Domani tornerà e avrà raccolto ombre a migliaia
e si donerà nuovamente a me.
Le devo fare un regalo.
Capirla.

giovedì 27 gennaio 2011

Ci sono posti





















Ci sono posti nel mondo che, quando mi tornano in mente, richiamati da un'immagine pubblicitaria oppure da un documentario televisivo, che mi fanno pensare a Francesco. Lui non lo sa nemmeno ma avendoci lavorato insieme, quando vedo qualcosa che riguarda i Caraibi, Francesco diventa un ricordo che da qualche parte nel mondo ha una sua vita.
Ci sono dei posti nel mondo che, quando mi tornano in mente, richiamati da un telegiornale oppure da un dossier televisivo mi fanno pensare a Giovanni.
Dovete sapere che Giovanni fa il macellaio e non sa nemmeno di essere messo, da parte mia, in relazione con certi posti. Quando con i suoi coltelli taglia la carne e l'osso fa un po' di resistenza in più, prende una sorta di mannaia e BANG una bella botta all'interno del taglio e ZAC il pezzo di carne si fa in due.Alcuni piccoli frammenti di carne, con il sangue che si raggruma, diventano appiccicosi e si spiaccicano sulle mattonelle bianche e là seccano, fino alla sera, quando con una spugnetta verranno lavati.
E qual'è quel posto nel mondo a cui Giovanni mi fa pensare? Israele.
Ci sono, in quel posto, delle persone che puliscono quei pezzetti di carne dalle lamiere delle auto e vi assicuro che non si riconosce se è la carne della gamba di un bambino israeliano, che un attimo prima correva intorno alle gonne della mamma oppure se è la carne di una ragazza palestinese che un attimo prima reclamava una terra per il suo popolo.
Ci sono medici, in quei posti, che prima di suturare una ferita la puliscono dalla-sabbia-e-dalla-polvere-e-dalla-vernice-e-dalla-ruggine-e-dalla-carne-del-bambino-israeliano-e-dalla-carne-della-ragazza-palestinese, ed è forte in me la convinzione che quel medico non riesce a distinguere quale frammento di carne appiccicosa appartiene al ferito o al bimbo o alla ragazza.
L'israeliano dice di comportarsi così, come sta facendo oggi, per non dimenticare il ghetto di Varsavia. Io, invece, sono convinto che ha completamente rimosso le retate casa per casa, o meglio, le sensazioni di chi le subiva.
Il palestinese dice di comportarsi così, come sta facendo oggi, per non dimenticare Sabra e Shatila.Io, invece, penso che abbia completamente rimosso l'immagine dei cadaveri, o meglio, ha dimenticato le sensazioni di chi subiva quelle pedite.
Prima di gridare "israeliano boia",
Prima di gridare "palestinese boia",
pensate veramente a quella carne, ma non in senso figurato; con gli occhi della mente GUARDATE e con le unghie della mente RASCHIATE quei pezzetti di carne attaccati alla lamiera di un'auto e dopo ditemi, con assoluta certezza, qual è del bimbo e qual è della ragazza, perchè io, veramente, non ci riesco e così non riesco proprio a pensare a chi ha cominciato oppure a chi ha ragione. Penso solo a dei frammenti di muscolo che prima appartenevano ad una
PERSONA!!!

martedì 24 agosto 2010

Bastoncini di zucchero


il tabaccaio stava nel negozio con gli adesivi sulla porta


La colorata bacchetta di zucchero che faceva bella mostra in grandi barattoli di vetro dal pesante coperchio, era la cosa che più mi attirava quando entravo nel negozio del tabaccaio.
Dovevo imboccare via Sempione, se passavo da via Marconi dovevo attraversare; passare tra le vetture parcheggiate lungo il marciapiedi e salire alcuni scalini.
Quando ero piccolo, queste bacchette erano nude, sceglievo ogni volta la bacchetta con l’unico possibile criterio dettato dal colore della variegatura. Una striscia colorata si attorcigliava sul bianco candido di quella leccornìa, oppure era il bianco ad attorcigliarsi su quella colorata. A volte i colori erano più d’uno e ciò allungava i tempi e non faceva altro che aumentare la quantità di saliva che si andava accumulando sotto la lingua, alla fine prendevo quella con il verde, o quella con il rosso; c’erano anche quelle con i colori più tenui, celeste chiaro piuttosto che rosa, erano la scelta che facevo in assenza delle altre, una volta entrato non potevo andarmene senza averne presa una.
Avevano solamente il sapore dello zucchero, infatti non erano, come oggi, aromatizzate ne all’anice e nemmeno alla menta.
Mi piace immaginare l’omino che le fabbricava, ovviamente quando venivano fatte a mano.
La pasta bianca morbida e allungata sulla lastra di marmo. Vicino, una striscia simile però colorata. Sicuramente venivano accostate e fatte rotolare insieme fino a diventare un’unica morbida bacchetta, magari ripiegata un’ulteriore volta ma mai da ammalgamare completamete i colori, per realizzare una prodotto dai colori ben distinti.
Forse il calore, forse l’umididà, capitava che le bacchette cercavano di aderire allo spigolo sul fondo del barattolo, incurvandosi in modo più o meno accentuato, la nuova forma che acquistavano era un’altra, per quanto rara, discriminante che guidava la scelta. Era simpatico rigirarla con la lingua facendo attenzione a non sbavare risucchiando rumorosamente la saliva, infatti, nonostante gli sforzi, dopo un po’ cominciava a diventare appiccicosa, senza stringerla, ci si abbandonava a virtuosismi di equilibrio, premendola una volta su un dito successivamente su un altro e così via.
Così immagino una coppia di persone ben assortita, composta da persone perfettamente integrate ma che conservano ciascuna le proprie indispensabili peculiarità, coppia che pur formata da individui diversi, agli occhi di tutti, diventano un’unica entità.
Quando ero bambino, sono quasi sicuro, queste bacchette avevano un nome, magari dialettale, non lo ricordo nonostante i tanti sforzi mnemonici, sforzi che mi hanno portato a scrivere queste righe.
Chi mi da una mano a ricordare?
P.S.: All’epoca dei ricordi descritti, vivevo a Gravellona Toce, un tempo in provincia di Novara e che ora, anche se è un dato che non riesco ad integrare, si trova in provincia di Verbania.

domenica 8 agosto 2010

Acqua amara



Acqua amara oltre le assi

e aspetta di vedere
la sagoma blu
di un paese migliore.
Africa triste
attaccata addosso.
Africa stanca
nelle pieghe dei pantaloni
che non si dovevano bagnare
sul fondo dello scafo.

venerdì 30 luglio 2010

OCCHI UCCISI













11 dicembre 1981.
Soldati del battaglione Atlacatl, esercito del Salvador, paese governato con violenza da Josè Napoleon Duarte, armati con fucilia utomatici M-16, nuovi nuovi, gentilmente forniti dall'amico paese che ha per capitale Washington, entrano a El Mozote con la scusa di cercare componenti il Fronte di Liberazione Farabundo Martì (FMNL).
Quelli dell'FMNL, anche se in misura minore rispetto ai governativi, si macchiano di azioni sanguinose, quindi fanno parte dei nemici combattuti dagli USA negli anni '60 - '70 - '80 in tutto il Centro America in quanto, tra l'altro, filo-comunisti. Ronald Regan arriva a dire: , dando ad intendere che il Nicaragua è pronto ad invadere gli Stati Uniti.

Architetto principale delle angherie Usa in Centro America in quell'epoca è un certo Jonh Negroponte.
Su un lato della piazza, al centro di El Mozote, la gente infreddolita stà uscendo dalla chiesetta.
I militari irrompono e costringono tutti pancia a terra. Le donne vengono portate con i bambini nelle case di Marqes e di Benito Diaz, gli uomini, invece, nella chiesa. La notte passa.
Prima che abbia inizio la strage, arriva un elicottero dal quale scendono delle persone. Gli uomini prima e successivamente le donne, tutti vengono torturati.
I soldati sparano su ogni cosa si muova. Oggi, oggetti rotti e ancora sparsi, muri, porte e finestre bucherellati sono tutto ciò che rimane a testimonianza di quel giorno.
No!
Rufina Amaya è sopravissuta e cantilenando racconta: - Io avevo i miei tre figli intorno, di cui una bimba che ancora allattavo, me li strapparono, così, come fecero alle altre madri, e li portarono in chiesa. Io li sentivo urlare "mammina, mammina, aiutaci, ci stanno ucidendo con i coltelli".
Filmati girati nei giorni successivi da volontari, mostrano abiti induriti dal sangue rappreso che vengono sollevati mostrando i corpi sgozzati dei bimbi
400

Tra i volontari c'è Santiago Consalvi, giornalista oppositore del regime, raccontando quelle scene le definisce con una sola parola <...dantesche...>
Rufina, inginocchiata in fila con le altre donne, in attesa del colpo di pistola alla nuca o della coltellata che porrà fine alle ancora udibili strilla dei bimbi, con lo sguardo segue un sentiero che pare terminare in mezzo ad animali al pascolo, aprofittando del sopraggiunto buio, lo segue strisciando. Scava un buco per terra, per non farsi sentire vi infila la testa e... urla. Le sparano ma riesce a dileguarsi e dopo sei giorni selvaggi in mezzo alla foresta, viene raccolta da una contadina che con i figli vive in una grotta.
<...il battaglione Atlacatl fu in effetti addestrato da militari degli Stati Uniti nel 1981. Furono addestrati un totale di 1383 soldati. L'addestramento fu condotto nel Salvador>. Parole tratte da un documento che il sottosegretario alla Difesa Carl W. Ford spediva nel 1990 all'On. Jonh Joseph Moakley in Campidoglio.
I soldati delle truppe scelte Atlacatl, erano degli psicopatici che nelle 48 ore che seguirono il loro ingresso a El Mozote, uccisero 1200 persone con il sostegno della nazione che si è posta alla guida della "Guerra al Terrorismo".
Ford dichiara che l'addestramento degli ultimi 150 soldati dell'Atlacatl viene interrotto il 13 novembre 1989, anno in cui il famigerato battaglione firmerà la sua "ultima?" strage. Nei locali dell'Università Cattolica di Managua vengono massacrati sei intellettuali gesuiti e due perpetue.
Ulteriori evidenze sull'esatto numero delle vittime e su chi fossero i responsabilio dell'eccidio, sono di pubblico dominio e sono redatte nei rapporti della "Commission on the true for El Salvador", creata in seguito alla Mediazione di Pace dell'ONU il 16 gennaio 1992.
Capelli lunghi, raccolti in una coda di cavallo, un po' sovrappeso, bassina, Rufina donna dagli occhi vuoti, donna dagli occhi uccisi.
Liberamente da me tratto dal libro "Perché ci odiano" di Paolo Barnard, edizioni BUR.
Dedicato alle 1200 vittime di El Mozote.
Paolo perdonami, non ce l'ho fatta a trattenermi.
by maxtraetto (31/05/2007 - 21:06)

Il portatore sano d'ombra



Un portatore sano d'ombra o un portatore d'ombra sana?
Mi muovo o sto fermo un po' d'ombra la faccio, come tutti.
Siamo tutti uguali perché abbiamo un'identica ombra o sono solo le ombre ad essere uguali?


Siamo uguali in quanto esistiamo senza esistere, siamo l'illusione di ciò che siamo altrimenti verremmo considerati sempre nel medesimo modo.
Invece no, ad alcuni risultiamo simpatici, ad altri, antipatici, c'è chi ci ama senza conoscerci bene e chi ci odia con le stesse modalità.
Siamo un'illusione, prima era un concetto che non tanto mi appariva chiaro per quanto spesso ne ho letto, ora ne sono sicuro.
Sono un'illusione in quanto prima non sapevo nemmeno di esistere se non quando mi relazionavo con altri oppure davanti ad uno specchio.
Guardavo me cercando il brufolo che avrei preferito non ci fosse e se lo trovavo... cick, lo schiacciavo.
Guardavo me per decidere se e perché radermi.
Non cerco il perché dettato dalla praticità o dal desiderio di evitare che , come spesso mi succede, i peli mi si riinfilino sotto pelle, quasi a sfuggire all'azione del rasoio.
A volte non ho brufoli, ne peli incarniti, non fa troppo caldo ne mi da fastidio questa, continuamente in crescita, barba, eppure mi rado.
Mi rado per perpetuare l'illusione di essere un portatore d'ombra.


Non faccio troppo male.
Non faccio troppo bene.
Sono abbastanza contento di come sono ma sarò più contento quando, disteso a terra,
quest'ombra, riusciro a sollevarla.






by maxtraetto (16/05/2007 - 19:18)

LA FINE E` IL MIO INIZIO


Sabaudia, 15 aprile 2007
Lascio l'auto e mi avvicino a quattro persone. Una sta parlando con una ricetrasmittente.E' evidentemente un loro spasso, divagante dal quotidiano.
Domando se avrò problemi a lasciare l'auto senza pagare il parcheggio, non ho notato ne rivenditori ne macchinette automatiche per la vendita dei biglietti per la sosta.
- No, si paga solo d'estate. Mi risponde quello che mi si è avvicinato.
- Grazie, buona giornata.
La strada che attraverso è percorsa da molti ciclisti, scaricano tossine pedalando, lentamente, dialogando.
Davanti a me le dune, tante volte ne ho letto le descrizioni fatte da Igor Man.
Ha ragione, danno un senso di pace.
Camminando lascio le impronte delle mie scarpe, poco profonde, la sabbia è umida e dura.
Discendo la duna aggirando uno stabilimento balneare chiuso
Arrivato sulla spiaggia, a destra non vedo niente, un chiarore biancastro di foschia nasconde il solo intuibile paesaggio.
A sinistra il monte del Circeo.
Pochi pescatori lanciano continuamente l'amo, una famigliola passa, i due bimbi sorpassano e si fanno sorpassare da un gaio barboncino, di razza alquanto dubbia, di tanto in tanto, si ferma, alza il muso verso i compagni di corse e... non riesco a sentire cosa dice.
E' così felice che qualcosa, in lingua canina, sta sicuramente dicendo. Deluso, ma non troppo, dalla mancata risposta da parte dei bimbi, lingua di fuori, riprende a correre, ugualmente felice.
Scarpe e calzini, per ora, non servono, li tolgo e poso di lato.
C'è un bastone curvo, sbadatamente, traccio un semicerchio nella sabbia di fronte a me, con lo sguardo rivolto al lattiginoso orizzonte.
Incrocio le gambe e apro "La fine è il mio inizio".
Porco cane!Risuonano spontaneamente queste due parole, rimbombandomi nel cranio.
Non sono rivolte al cagnolino di prima, ovviamente, bensi al risvolto della copertina, o meglio, alle parole stampate sopra.
Le prime cinque righe descrivono un monaco zen che traccia un cerchio chiudendolo, ultimo gesto della sua vita.
Porco cane! Mi ripeto.
Il barboncino, ignaro e lontano, continua a correre quasi solamente sulle zampe posteriori, girato verso i ragazzini.
Leggo parole toccanti, non si può rimanere indifferenti, fino a che, Terzani, parlando di se, di "se",dice queste parole:
"Chi è il testimone silenzioso del tuo sogno".
Appoggio i polsi sulle ginocchia, chiudo gli occhi ed il respiro del mare favorisce la concentrazione sul mio respiro.
Medito.
In totale abbandono divento sfera.
Non tocco terra ma nemmeno sono prigioniero della gravità.
Chi è il testimone silenzioso del mio sogno?
Le lacrime corrono copiose.
Riprendo il controllo, torno sfera e... respiro.
Per tornare verso la strada, percorro al contrario il medesimo tragitto dell'andata, scalzo, facendo volontariamente attenzione a non calpestare le impronte dell'andata.
Solo quando torno all'auto mi accorgo di quanto tempo è passato, quasi due ore.
Oggi sono a metà della mia vita, quand'anche durasse un solo, breve, ultimo istante.
Non so cosa, di tutto questo, sia vero.
...e sono arrivato solamente a pagina quindici.
by maxtraetto (17/04/2007 - 13:17)