mercoledì 24 maggio 2017

PUF!




Palline a gettoni.
Due manine, e un nasino, schiacciate su un vetro. E’ il vetro di una scatola colma di palline alle quali si può accedere inserendo un gettone. Trak! Trak! Ed ecco l’agognato oggettino.
Quelle due manine erano le mie da piccolo; è una situazione della quale non ho ricordi ma la immagino. Dopo un po’ quelle manine diventarono quelle di Marco e Franco; raramente ho effettuato quel trak trak (tranne che con una serie di palline matte) ma io e Silvana avevamo i caricatori dei baci e degli abbracci sufficientemente riforniti quindi li riversavamo sui ragazzi senza limite.
Quelle palline non servivano a nulla, non fornivano oggetti utili e, quand’anche l’utilità la si trovava, era decisamente effimera, infatti, quegli oggetti, finivano nel dimenticatoio nel momento stesso in cui si spogliavano per la doccia.
Quante macchinette a gettoni per palline, che a poco servono, abbiamo?
Sono troppi questi migranti, “non possiamo accoglierli tutti” però facciamo trak trak in continuazione. Ogni giorno ad ogni ora, coloro che qui vivono come appartenenti alla seconda generazione di migranti lo sanno e anche loro fanno trak trak ma, come sappiamo, le contraddizioni producono sofferenza e, costoro, vivono questa contraddizione in modo forte e violento quando, guardando la TV, vedono compaesani sbarcare da gommoni e quando, ascoltando la ggente, sentono che qual trak trak è più necessario dell’aiutare chi sbarca.
Avevo queste parole in mente da quando è scoppiato un bimbo a Manchester, vittima di quello di cui necessitiamo per fare trak trak, e scoppiando ha fatto saltare altri bimbi i quali genitori li hanno mandati con un trak trak ad un concerto dal valore effimero tal quale a palline a gettoni.
Aspettavo a mettere nero su bianco queste parole perché, nel frattempo, Trump era a dir stronzate nei Paesi arabi, ed ero in attesa di cosa si sarebbero detti lui e il Papa.
E’ andato a dire agli Arabi che bisogna fermare il terrorismo, (per inciso, pare che proprio quegli Arabi siano i principali finanziatori dell’ISIS in quanto arma utile contro altri arabi, ma non uguali a loro,) e per fermare il terrorismo gli ha venduto armi con una prima trance da un miliardo e mezzo di dollari.
Almeno dal Papa mi aspettavo un bel cazziatone a questo Donald. Macchè! Addirittura si è fatto prendere per il culo. Già, perché ricevere da Trump, come dono, alcuni libri scritti da Martin Luther King, per me, è proprio una vera presa per il culo.
Le bombe non ce le ha date un Dio cattolico, come non ce le ha date l’islamico  Allah ne, tantomeno, ce le hanno date i Sithkiniani  Annunaki, quelle armi ce le costruiamo da noi e, come massima manifestazione di masochismo le forniamo anche a chi, vivendo nei deserti, le fabbriche delle armi nemmeno le ha, o meglio, quelle poche, gliele bombardiamo per fidelizzare i clienti già acquisiti.
Vittorio Arrigoni diceva “Restiamo umani” e anch’io ho per un po’ adottato questo motto, ero sicuro del suo amore per adottare questa sua frase, ma ora sono più d’accordo con Bergonzoni e il suo “Diventiamo Sovrumani”.
Arriveranno nipoti e, quando metteranno le manine sulle scatole trasparenti colme di palline, farò trak trak perché anche gli omini che fabbricano le palline e quelli che ricaricano le macchinette hanno figli.
Però, guagliù, Diventiamo Sovrumani!



Ci sono parole
con le quali i giorni
mi prendono a morsi.

Puf!

Goccia di sangue
cade nella polvere
ma non dalle orecchie cade.


Puf!
Goccia di sangue
ancora cade nella polvere
del non fare.


Puf!
La polvere silenzia
quantità enormi 

di gocce di sangue.

Puf!
Quando
quelle gocce 
cadono in 
quella polvere
tolgono l'umano dall'umano.
L'importante, però, 
è non sentirle…
                                  …Puf!

lunedì 14 novembre 2016

Carlo Sperduti Menu Reading

Prenotazione obbligatoria 
3495565370 - 3281232921
Sabato, 3 dicembre 2016 - ore 20,00



CARLO SPERDUTI è uno scrittore ironico e con le parole gioca e inventa racconti, menu, e colloqui che insegnano a leggere il mondo in modo scomposto. Prende frasi senza senso e le mette insieme a frasi che senso lo hanno solamente se spostate da quello che stanno raccontando, il tutto facendo finta di raccontare cose vere ma che di vero hanno anche molto.

Carlo Sperduti


Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984.
Tra il 2011 e il 2016 ha pubblicato sette libri, concentrando la sua produzione sul racconto e sul romanzo breve.
Affianca alla scrittura un’intensa attività dal vivo con letture pubbliche in tutta Italia. È inoltre organizzatore di eventi letterari, musicali e artistici, di rassegne e laboratori. 
I suoi libri:
Sottrazione (Gorilla Sapiens Edizioni, 2016)
Le cose inutili (CaratteriMobili, 2015)
Lo Sturangoscia (con Davide Predosin, Gorilla Sapiens Edizioni, 2015)
Ti mettono in una scatola (Intermezzi Editore, 2014)
Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013)
Valentina controvento (Intermezzi Editore, 2013)
Caterina fu gettata (Intermezzi Editore, 2011)
Suoi racconti sono inoltre apparsi in antologie edite da CaratteriMobili, Zero91, Gorilla Sapiens Edizioni, VerbaVolant e in vari blog e riviste online.

Raccoglie racconti, rubriche, eventi, interviste, recensioni e scritti di varia natura sul suo blog: https://carlosperduti.wordpress.com/

domenica 18 settembre 2016

Somma d’istanti, distanti, di stanti.

Somma d’istanti, distanti, di stanti.
Sono un ciclo.
Sono un ciclo d’istanti.
L’istante non esiste, o meglio, l’istante ha la consistenza di un punto, quindi, non ha consistenza.
Due punti devono essere vicini per dare inizio ad una linea, due istanti devono essere vicini per dare inizio ad un tempo.
Quando gli istanti della mia vita hanno cominciato a formare la mia vita?
Molto prima che nascessi, è così ovvio.
Istanti attaccati tra loro erano già nella vita di chi mi ha generato e di chi ha generato loro.
Anche quando chi ha generato chi ha generato è morto, ha lasciato una sequenza d’istanti che non scompare nel nulla ma continua, sommandosi ad altre somme di istanti.
Ecco come mi spiego l’infinità di ogni singola vita, somma d’infiniti istanti, somma d’istanti infiniti, somma di distanti infiniti istanti che precede la nascita di ciascuno e continua dopo la morte di ciascuno.
Una vita, una retta.
Quindi, la somma d’istanti distanti di stanti ciascuno nel proprio tempo, quando si accostano, formano un infinito rettangolo?
Io, stante sul mio tempo incontro lei, stante sul suo.
Qui nascono altre vite che si sovrappongono alle precedenti.
Due rette sopra, due rette sotto e si forma un infinito, inesistente parallelepipedo?
Si.
No.
Come queste rette d’istanti distanti si incrociano, in un certo istante, divergono.
Quello che esiste, invece, è un biciclo auto pedalante, una bicicletta d’istanti che autoalimenta i propri movimenti, praticamente, un tandem di momenti fermi, tra loro lontani.
Rette, non più attaccate tra loro, o forse, non attaccate tra loro ma parallele anzi, che crediamo essere parallele ma che sin dall’inizio cominciano a divergere perché provenienti da traiettorie distanti, si allontanano in un istante di un istante, di un punto.
Oh! Oh! Ma se sono tutte infinite e ad un certo punto divergono vuol dire che divergevano da prima.
Ecco perché i nostri figli non sono nostri, ora l’ho capito, la differenza che c’è tra le vite è l’angolo di divergenza.
Tra me e Silvana, l’angolo di divergenza è praticamente impercettibile, le nostre vite sono state reciprocamente invisibili per una sequenza d’istanti molto breve quindi, prima che tornino ad essere reciprocamente invisibili dovrà passare una sequenza d’istanti molto lunga.
Ecco perché sembra un biciclo, osservato da fuori.
Due cicli talmente poco divergenti tra loro da essere vicini per un’infinita infinità di istanti.
Qualche tempo fa eravamo solamente poco reciprocamente percettivi in quanto troppo piccoli nella sequenza d’istanti che ci tiene qui; una volta affinata la vista ci siamo visti e ci siamo accorti che le nostre rette d’istanti non erano, poi, così distanti.


lunedì 29 agosto 2016

A proposito di lavori benfattamenteinutili



 Già queste terrazze non le sopporto, in quanto circa 20000 (ventimila)  metri quadrati di marciapiedi costituiscono un belvedere più che sufficiente, soprattutto se si prende in considerazione che si sviluppano in 4 chilometri di lungomare.
quando osservo, poi, che stanno per essere ultimati con le modalità che si possono facilmente riscontrare in queste fotografie, girano veramente i coglioni.
Una finitura angolare, sul bordo di uno scalino, come quello che si vede qui sopra, io non lo metterei nemmeno in casa mia, figuriamoci in un luogo pubblico, inoltre, non l'avevi un angolare intero da posizionare al posto di spezzoni?
Spero, inoltre, che quelle viti sporgenti siano dovute al fatto che l'avvitatore senza fili ha esaurito la batteria.
E' vero, i lavori non sono ultimati, tantevvero che il cantiere è ancora recintato, ma se non è ultimato che cavolo ce li hai messi a fare quegli angolari?

 Non avevi un cazzo di bordino di una ventina di cm. intero da mettere al fianco dell'alzata?
 Ma chi l'ha fatto questo lavoro, uno che ha letto istruzioni Ikea al contrario sotto tortura?
Gnàfaccio a vedere 'ste cose, e voi?

All'anagrafe


- Buongiorno, mi scusi signor impiegato dell'anagrafe comunale, ho da poco richiesto il cambio di residenza da Minturno a Scauri. Volevo sapere se tutto è a posto.

- Cognome?


- Penitenti.


Il signor impiegato dell'anagrafe comunale consulta l'elettrodomestico (come dice l'amico Pasquale).


- Si, tutto a posto. Risponde il signor impiegato dell'anagrafe comunale 


- Mi scusi signor impiegato dell'anagrafe comunale, sono venuto anche per chiedere se per fare il passaporto e necessario un certificato di residenza o è sufficiente la carta d'identità nonostante riporti l'indirizzo dell'abitazione dove abitavo precedentemente?

- Lo dice la parola stessa: identità. Risponde il signor impiegato dell'anagrafe comunale. Quindi, la sua identità, è specificata nella carta d'identità.


Riflessione: 
Il sarcasmo da lei adottato, signor impiegato dell'anagrafe comunale, mette in risalto una sua inenarrabile superiorità culturale ed intellettiva quindi, caro signor impiegato dell'anagrafe comunale, perché si accanisce su di me che, essendo un semplice e meschino cittadino potrei restarci un tantino male? 
E poi, questa sua inenarrabile superiorità culturale e intellettiva le ha permesso di occupare il posto e l'importante ruolo di signor impiegato dell'anagrafe comunale. Se avessi avuto io questa inenarrabile superiorità culturale e intellettuale, forse, ribadisco, forse, il ruolo di signor impiegato dell'anagrafe comunale, l'avrei ricoperto io.
Ma sono un semplice tipografo, quindi, mi scusi, signor impiegato dell'anagrafe comunale.

giovedì 4 agosto 2016

Lettere mute; non più




Per tanti anni ho scritto utilizzando lettere d’ogni foggia.
Grandi, piccole; grandissime, minuscole; di piombo, di plastica e di legno.
Ricordo che quando iniziai come garzone di tipografia, nel mettere a posto il risultato della scomposizione di un manifesto, notai che alcune lettere avevano un solco che le attraversava, quindi,  venivano utilizzate solamente se quelle buone non erano in numero sufficiente.

Da cosa fosse dovuto quel solco me lo spiegò Peppino: la vecchia macchina da stampa aveva la puntatura dei fogli da effettuarsi a mano. Si prelevavano i fogli, uno alla volta, e li si posizionava in una squadra d’appoggio dove il cilindro di stampa, con apposite pinze, ad ogni giro, li afferrava trascinandoli all’interno del macchinario per restituirli stampati. Dopo stampati, però, per poterli trascinare fino alla restituzione, non avendo una successiva serie di pinze, i fogli venivano trattenuti, lungo tutto il percorso all’interno macchina, con una serie di fili di spago che giravano insieme al cilindro di stampa. Ovviamente questi spaghi venivano spostati a seconda della dimensione del foglio; avvicinati tra loro se il foglio era piccolo, allargati, se grande. Se ci si ricordava di allargarli però, se non lo si faceva, nel momento della stampa, capitavano tra il foglio e le lettere ed ecco il solco e conseguenti bestemmie.
Quante storie potrebbero raccontare quelle lettere: feste e annunci mortuari; ordinanze comunali e campagne elettorali. Però nessuno più le interroga. Prima la stampa offset, poi quella digitale, ne hanno fatto delle reliquie di un mondo che non c’è più.
A meno che…
Non più lettere allineo per scrivere al contrario, di lavori successivi alla stampa ora mi occupo e, per puro diletto, tempo fa cominciai a lavorare il legno.
Vedi un po’, l’acca, da sempre muta (tranne che nella parola Elah, famosa marca di caramelle) e sfottuta dalle altre lettere, si sta prendendo una rivincita visto che, almeno in tipografia, tutte si sono ammutolite.






Ecco che prendo una muta acca e, non più  chiacchierone di lei, altre lettere. 
Le taglio a metà.
Le foro al centro…

…e  le monto sul mio attuale compagno, un tornio usato, vantaggioso affare trovato in internet (altra causa dell’ammutolimento di lettere e punteggiature tridimensionali). Proviene dalla Sicilia ed era di proprietà di del  simpatico gestore di una sala giochi. Gaetano, così si chiama il gestore, per un po’ di tempo si è dilettato nella produzione di stecche da biliardo che, su richiesta, vendeva ai propri clienti, fino a che, vuoi il limitato numero di richiedenti, vuoi una ricca scorta nel frattempo accumulata, viene a nausea della monotonia delle operazioni di produzione. Poco sfogo si può dare alla fantasia nel produrre stecche da biliardo a meno che non ci si metta ad abbinare legni di diverso colore; solchi non ne puoi fare, curve non ne puoi apportare.
. Questo è quello che pensavo fino a che non ho parlato con lui capendo quanto semplice la stavo facendo. Gestire una sala da biliardo per procacciarsi di che vivere è un conto, vivere il biliardo come una disciplina necessariamente colma di consapevolezza è ben altra cosa.
Fermarsi, annullare il mondo circostante, immaginare traiettorie che magari ancora non si è sperimentato, va ben oltre il punteggio che si vuole ottenere. Mettere ogni parte del proprio corpo esattamente come si pensa essere adatto per quel particolare, specifico gesto è come posizionarsi per eseguire una figura tàijíquán che solo apparentemente è un semplice gesto ginnico.
Così è per il suo strumento, la stecca.
Come fa una stecca a rimanere, per molti anni,  perfettamente lineare ed equilibrata se dietro non ci fossero  stati  ebanisti pronti ad inventare sempre più nuovi e adatti accoppiamenti ed incastri di vari legni?
Ecco dove la fantasia da sfogo in un solo apparentemente semplice oggetto.

Gaetano, dopo aver venduto a me il suo tornio, si è accorto che non era finita la sua opera di produttore di stecche, ma semplicemente che il tornio che aveva, adattissimo per me alla produzione di ciò che mi piace, non era più sufficiente per i risultati che voleva ottenere in termini di precisione ed eleganza. Ora ha un tornio più preciso e adatto ad ottenere stecche di alta qualità; gli è mancato per un po’ il contatto con il legno, tra poco ricomincerà a seguire i sogni di artisti della stecca con uno strumento che gli permetterà di andare oltre, ma questa è un’altra storia.
Quel tornio  attraversa lo stretto di Messina e giunge nel basso Lazio, a Spigno, finalmente può rinnovare le sue possibilità dando vita a forme d’ogni tipo: vasetti, mortai, soprammobili, trottole e penne.




Esatto! penne.
Una muta acca torna a dire la sua anche se di suoni non ne emette se non quello del rollare della sfera sul foglio.
Tante lettere ora, con il contributo di un siculo tornio, tornano ad avere voce.
Lettere molto usate come le a, oppure le e, pur essendo tutte del medesimo legno (solitamente pero o bosso), hanno acquisito una tonalità di colore scuro quanto l’inchiostro che hanno assorbito; l’acca, che veniva utilizzata raramente, vedeva soggetti ancora nuovi o quasi all’interno della cassa, quindi è rappresentata da pezzi più chiari.
Volendo, dal colore della penna, ora puoi scrivere parole che si riconoscono dalla sequenza di chiaro e scuro.


















Una penna scura scriverà una bella A

Una penna chiara non potrà che scrivere un’ACCA

Però una acca, una a o qualsiasi altra lettera, potranno scrivere qualsiasi cosa: una sola lettera, tante parole.
Sono contento di poter dire d’essere un compositore tipografico. Altrettanto contendo di essere poi diventato compositore linotipista.
Ora sono felice di poter dare nuova voce a lettere ormai mute,  parleranno con le mie penne.