Ho letto "Il sé digitale" di Vittorio Gallese. Alcuni passaggi; alcune pagine; interi capitoli, a causa dei miei limiti ma anche per la bellezza dei pensieri espressi, li ho letti più volte. Nel leggere le conclusioni mi sono commosso come quando si finisce un romanzo coivolgente. Da queste letture sono scaturiti pensieri, parole e anche sogni, così ho scritto: "Coscienza umana vs coscienza artificiale"
Non pago ho pensato, a volte volontariamente, a volte no, quest'altro pezzo.
Interloquire con un umano contempla ciò che pensiamo possa essere la sua reazione o il suo sentire, a volte immediatamente riscontrabile, altre volte no, inoltre, necessita il prendere in considerazione l'ambiente in cui ci si trova in quel momento, sia spaziale che temporale in quanto ci modifichiamo continuamente anche per semplici capricci, simpatie, antipatie, puntigli politici dettati dal non voler essere contraddetti più che da ragioni oggettive, paure più o meno reali e giustificate.
Dialogare con un LLM (Large Language Model) per alcune persone, è analogo al dialogare con un umano ma nel dialogo con un altro da noi, ciò che diciamo, comporta una reazione dettata dalla forza della parola di uno con la forza delle nozioni dell'altro, dall'onestà degli interlocutori e dalle reazioni situate di entrambi come espressioni, suoni più o meno percettibili, fisicità delle percezioni sensoriali e prossemica cose che un LLM non ci può dare se non ingannandoci o facendoci ingannare.
Non dobbiamo difendere l'intelligenza umana da una artificiale, visto che l'essere umano l'ha generata e la implementa continuamente di nuove nozioni e obiettivi, ma consapevolmente utilizzarla.
Non ho paura che l'intelligenza artificiale superi quella umana ma che l'IA, per economizzare risorse, cerchi di standardizzare le reazioni umane indirizzandole su strade intellettive sempre più brevi spegnendo via, via, la fantasia raggiungendo una catastrofica e non più possibile capacità di migliorare individualmente il mondo circostante, facendo perdere nel contempo, la capacità di adattarsi al diverso o al non conosciuto anche nella sua estetica, nel suo apparire ontologicamente non riconoscibile per i motivi più diversi.
Ovviamente non intendo che l'AI abbia intenzioni proprie ma che venga indirizzata da chi la gestisce a standardizzare i pattern che ne costituiscono le richieste per risparmiare elaborazioni, quindi energia, senza contare che da sempre, a chi comanda, coloro che elaborano con fantasia il mondo sono un intoppo se quella fantasia non fa il gioco del re, dopotutto se in ogni epoca hanno bruciato libri per tenere le persone lontane dal pensare oggi sperano di ottenere il medesimo risultato inondandoci di informazioni sotto forma di sciare di notizie reali frammiste a falsità.
La fantasia, per l'IA, è una anomalia che aumenta le elaborazioni e le consultazioni in modo vertiginoso e, probabilmente per essa, ancora non quantificabile quindi deve fornire per ciacun utente umano, risposte il più possibile confortanti anche se sempre diverse e adatte solamente per quel singolo individuo.
Seguendo ciò che fa Federico Tardani
sul suo account Instagram dove, oltre ad interrogare diverse AI, le mette a confronto tra loro con varie modalità e con gli espedienti più diversi, sia molto seri che divertenti, ho fatto un esperimento domandando a Chat GPT:
quanto la fantasia umana diventa un problema per l'intelligenza artificiale quando deve soddisfare un sua richiesta?
Ecco, in sintesi, la risposta.In un'altra pagina riporterò l'intera interazione. (clicca qui per accedervi)
Molto, soprattutto quando la richiesta umana non è completamente specificata.
La fantasia è contemporaneamente una risorsa e una difficoltà per l'IA:
Ambiguità: una persona può avere in mente un'immagine molto precisa ma descriverla con poche parole. L'IA deve colmare ciò che manca, e può farlo in un modo diverso da quello immaginato.
Idee impossibili o ibride: gli esseri umani combinano spontaneamente elementi che non esistono nella realtà — per esempio “una città medievale costruita dentro il corpo di una balena volante”. L'IA può generare una rappresentazione coerente, ma deve interpretare le relazioni tra gli elementi.
Concetti personali: parole come bello, inquietante, elegante, nostalgico o surreale non hanno un significato unico. Due persone possono usarle per indicare cose completamente diverse.
Intenzione implicita: spesso diciamo qualcosa pensando che l'altra persona “capirà cosa intendiamo”. L'IA non possiede necessariamente quel contesto mentale.
Vincoli in conflitto: una richiesta può essere contemporaneamente “realistica, assurda, minimalista, dettagliatissima e spontanea”. L'IA deve decidere quali aspetti privilegiare.
Aspettative che cambiano durante il processo: l'essere umano può vedere il primo risultato e pensare: «No, non era questo, ma adesso ho capito cosa volevo davvero». Questa è una difficoltà particolare: la richiesta stessa si evolve grazie al risultato.
C'è però un punto interessante: la fantasia non è un problema perché l'IA non può immaginare; è un problema perché deve trasformare qualcosa che esiste nella mente dell'utente in istruzioni sufficientemente determinate.
In questo senso, una richiesta creativa è quasi una traduzione tra due spazi:
immaginazione umana → linguaggio → interpretazione dell'IA → risultato → nuova percezione umana
E il passaggio più imprevedibile è spesso proprio quello centrale.
Paradossalmente, quindi, più una fantasia è originale, più può essere difficile soddisfarla perfettamente con una singola richiesta. Ma può anche diventare più interessante: l'IA produce una prima interpretazione che l'essere umano può correggere, e da quel dialogo nasce qualcosa che forse nessuno dei due avrebbe formulato esattamente all'inizio.

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